domenica 11 gennaio 2015

I canonici Regolari Lateranensi a S. Pietro

S.Famigia di A.Campi (1567)

Pubblico un interessante studio a firma di Luigi M. Loschiavo, storico appartenente all'ordine dei canonici Lateranensi.
L'articolo è preso da una pubblicazione della Parrocchia di S. Pietro al Po del 1992 in occasione del quarto anniversario della consacrazione della Chiesa.



Le origini del monastero di S. Pietro al Po si fanno risalire al 1068 quando Ardingo di Abilone e la moglie Edina, generosi costruttori della primitiva chiesa di S. Pietro (1064), decisero di affidarla ai monaci benedettini perché vi costruissero vicino un monastero giacché erano esperti della natura paludosa della località (1).
Dopo una gloriosa storia, nell’anno 1439 l’abate D. Cristoforo de Robicis vi era «rimasto solo ed incapace a restaurare gli edifici rovinati per ripristinarvi il culto divino e la vita monastica» (2).
Probabilmente il buon abate avrà tentato di restaurarvi la vita monastica con le proprie forze, cioé chiedendo l’invio di monaci riformati da Padova dove Ludovico Barbo stava facendo ogni sforzo per attuare la riforma dei benedettini a S. Giustina e papa Eugenio IV, ancora cardinale, aveva attuata la riforma del monastero romano di S. Paolo fuori le mura e nell’anno 1432, approvava la nuova congregazione di 8. Giustina (3); tutto fu vano e in questi anni egli propone la donazione di S. Pietro ai canonici regolari di S. Maria di Fregionaia o Lateranensi.
In quello stesso 1432 a questi era stata offerta un’altra fondazione degna di ogni considerazione a Cremona: la collegiata di S. Agata che era un’antica canonica regolare le cui origini si facevano risalire al 1080 e che aveva ancora una discreta regolarità di vita religiosa alquanto mitigata: qualche confratello lateranense vi era ospitato poiché apparteneva allo stesso istituto ma non vi regnava quella spiritualità e quel fervore di disciplina che rifioriva a Fregionaia una incipiente rilassatezza vi attirava qualche amante di vita più comoda (4).
Fatto è che il Rettor Maggiore dei Lateranensi, D. Tomaso da Cremona (1433/6) e il lateranense Don Lanfranco «vir magni nominis et auctoritatis», respinsero l’offerta della riforma di S. Agata o perché già impegnati con l’abate De Robicis oppure perché stimarono più conveniente ricominciare da capo con un nuovo spirito piuttosto che rappezzare un vestito vecchio con toppe nuove... Essi trattatone nel loro capitolo generale, accettarono la cessione dell’abazia di S. Pietro, di tutti i suoi numerosi beni e filiali, sobbarcandosi all’onere di pagarne i debiti, ricostruire il distrutto e pagare una pensione annua di 50 fiorini all’ abate che sarebbe rimasto al suo posto finché vìveva, mentre un priore con i nuovi religiosi avrebbero attuata la «riforma» (5).
Così la nuova congregazione di Fregionaia costituita nel 1421 da papa Martino V e che si trovava nel massimo splendore di rigoglio sia vocazìonale che spirituale, riscattò i debiti del monastero di 5. Pietro ed accettò i patti con l’abate de Robicis che venivano sanzionati dal papa Eugenio IV il 24 giugno 1439 con una bolla di unione del monastero di 5. Pietro in Po ai canonici lateranensi emanata da Firenze (6).
Qualche anno più tardi la prepositura di 5. Agata fu accettata dalla congregazione sorella dei canonici regolari del SS. Salvatore (7); ma la disciplinavi andò sempre più declinando, tanto che nel 1452, per mozione del capitolo generale dei Lateranensi, papa Nicolò V inviò una diffida ai religiosi che desideravano soggiornarvi e allo stesso prevosto Bono Uspirelli che vantava di possedere una certa autorizzazione a riceverli; presunta o vera che fosse, questa viene derogata e si concede ai superiori lateranensi di trattare quali fuggitivi quei canonici che vi si recavano in cerca di vita più comoda. Il Pennotto termina con l’osservare che poco dopo la vita comune vi si dissolse del tutto ed il capitolo di 5. Agata divenne «secolare» (8).
In quell’anno 1439 era Rettor Maggiore deì Lateranensi il bolognese Nicola Zannolini: forse vi furono gravi difficoltà che ignoriamo ad accettare una nuova fondazione a S. Agata di Cremona che pure era una canonìca regolare dello stesso ordine.
Forse nel 1432 i vecchi canonici che vi vivevano si opponevano ad una «riforma» integrale come esigeva la nuova spiritualità lateranense oppure due monasteri nella stessa città sembravano troppi per una giovane congregazione le cui forze erano concentrate nello sforzo della riforma di 5. Giovanni in Laterano ove papa Eugenio IV li aveva chiamati nell’anno stesso in cui erano entrati a 5. Pietro in Po (9).
Comunque le cose andarono bene per la nuova comunità che nel 1442 si annetteva i beni della soppressa prepositura di S. Maria di Valverde (10) e successivamente estendeva la «cura d’anime» già esistente in S. Pietro in ben sette parrocchie dipendenti ove i canonicì esercitavano il ministero direttamente o tramite cappellani del clero diocesano (11).
La prospera vicenda dei Lateranensi a Cremona devesi non tanto al momento fortunoso della loro vitalità, quanto alla spiritualità che avevano fatta propria e che, anzi, avevano divulgata nella chiesa italiana del Quattrocento: fu una vera «riforma» contro la riforma luterana i cui sintomi in Italia già si facevano sentire... (12).
«Riforma»: magica parola questa per la Chiesa di quel tempo!
Molti cristiani, religiosi e laici, erano convinti che la riforma interiore secondo il Vangelo, era più che mai necessaria per la salute dei cristiani e della Chiesa in quel marasma di lotte politiche e sociali...
Il rinnovamento dello spirito, venuto dalle Fiandre, e che va sotto il nome di «devotione moderna» fu accettato dai lateranensi e da tutti i buoni cristiani come nuova spiritualità atta a rinnovare le coscienze e ad accendere di fervore i cuori dei cristiani più ben disposti.
Questo spirito di rinnovamento permeava la nuova congregazione: per cui si spiegano e la numerosità di anime che vi entravano per servirvi il Signore e il prestigio goduto presso la santa sede ed i governi dei vari principati italiani che facevano a gara per avere nelle loro principali città fondazìonì dì questi religiosi, la cui congregazione era giovane, ma che avevano antiche tradizioni di fede crìstiana, dì religiosi esemplari e di dotti sacerdoti (13).
I primi Lateranensi erano venuti all’inizio del secolo XV, a S. Maria di Fregionaia presso Lucca, dall’insegne cenobio di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, ove per secoli avevano custodito le sacre spoglie del santo Dottore e Vescovo Agostino d’Ippona, si erano rinnovati nello spirito, lasciando il titolo di «Mortariensi» che avevano dalla fine del secolo XI, e prendendo quello di «Lateranensi» che papa Eugenio IV aveva loro assegnato chiamandoli al servizio della Cattedrale di Roma proprio in quel 1439 (14).
La nuova spiritualità o «devotio moderna» era venuta in Italia con i numerosi studenti tedeschi che affollarono le università di Padova e di Bologna e che vi portarono le opere dei mistici del Nord.
Questi scritti, in gran parte dei canonici regolari fiammìnghi, erano già conosciuti in Italia fin dal Concilio di Costanza e dì Basilea (15). Essi furono recepiti subito nell’«area veneta» dalle fondazioni nuove dei canonici di 5. Giorgio in Alga che dettero i principali maestri in Lorenzo Giustiniani, Ludovico Barbo che passò ai Benedettini e Bartolomeo da Roma che ispirò i Lateranensi.
Lo stesso spirito evangelico si comunicò a molti predicatori che se ne fecero diffusori ovunque sia in famiglie religiose di nuova fondazione che in riforme di antichi istituti già esistenti di canonici regolari, benedettini, francescani e domenicani.
Tra quelli che accettarono la nuova spiritualità, è molto noto nella zona cremonese il domenicano fra Battista da Crema che fu l’ispiratore del lateranense Don Serafino Aceti e di Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei Barnabiti (16).
Tutto ciò fu utile alla nuova comunità di S. Pietro in Po, cui non mancarono elementi apostolici e floridezza economica, che permisero in breve tempo il risanamento del monastero e della chiesa; questa ebbe entro un secolo la possibilità di rinnovarsi completamente in una generale ristrutturazione, tanto che la chiesa potette dirsi «nuova» e meritare il 3 giugno 1592 una nuova consacrazione per mano del vescovo Cesare Speciano; consacrazione che oggi si commemora nel quarto centenario (17).
Gli storici segnalano l’operosità e lo zelo dell’abate lateranense Don Colombino Ripari il cui ritratto è immortalato da Bernardino Gatti nell’affresco della Natività in 5. Pietro; poco conosciamo della sua vita e del suo governo a Cremona; certo è che per ben tre volte fu eletto dal capitolo generale alla suprema carica di Rettor Maggiore della congregazione negli anni 1549/50, 1557/58 e 1565/66.
Gli intenditori d’arte cremonesi lo asseriscono partecipe del progetto dell’ampliamento della chiesa cinquecentesca che venne attuata però dopo la sua morte, verso il 1575, dall’ architetto Francesco Dattaro (18).
Il monastero di S. Pietro fu sede di predicatori lateranensi di chiara fama e santità.
Ricordo solamente il Beato Fulgenzio (+ 1470) che visse nel periodo storico della fondazione.
Cremonese di nascita, pare che non ebbe mai sede a Cremona, ma visse ad Alessandria, a Vercelli, a Venezia e a Ferrara ove pare sia morto.
Dopo il periodo di studi, fu nel 1452 nominato predicatore e nel 1456 lo troviamo preposito a S. Maria di Castello in Alessandria ove divenne presto popolare per la sua predicazione semplice, disadorna ma piena di spirito evangelico.
Tra i confratelli porta il titolo di «beato», come racconta una antica cronaca che lo dice perennemente illuminato dallo Spirito Santo che gli permetteva di convertire moltitudini con la sua modesta parola. A Ferrara, durante la peste, diede esempio di zelante operosità nella cura dei malati e nel seppellire i morti (19).
Tra i Lateranensi predicatori nati a Cremona ricordiamo alla fine del Cinquecento, Sisto Reni, inviato dai confratelli come teologo al Concilio Tndentino e poi vescovo di Caninola e Matteo Brumani (+ 1596) che fu vescovo di Melfi (20).
Nel Seicento è degno di nota il teologo cremonese D. Arcangelo de Rubeis, anch’egli vescovo di Carinola e morto nel 1618 (21).
Oltre il Ripari, furono Rettor Maggiori i cremonesi D. Giovanni Giacomo nell’anno 1520/21 e 1524 che morì in carica; Don Tomaso Pertichelli nel 1526/7; Don Raffaele Paleario nel 1573/4; Don Serafino Verdelli nel 1618/21; Don Policarpo Cloti nel 1637/40; Don Giovan Francesco Bozzetti nel 1652/55 e D. Giovanni Battista Lamia nel 1688 che morì in carica l’anno appresso (2).
Concludo ricordando un insigne letterato che onora i Lateranensi e la città di Cremona: Marco Girolamo Vida (1470-1566), ultimo priore del monastero di 5. Pelagia in Cremona. Questo priorato apparteneva alla congregazione dei canonici regolari di’ Mantova (23) quando essa si unì ai Lateranensi, il Vida si fece canonico lateranense e già nel 1527 prende parte al capitolo generale in qualità di cancelliere e scriba; più tardi dopo aver rivestito varie cariche, fu prevosto di 5. Silvestro a Montecompatri, teologo al Concilio di Trento e vescovo di Alba in Piemonte (24).

NOTE:
(1) Pennotto G.,
Genera/is totius sacri ordinis clericorum canonicorum historia tripartita, Roma 1624, p. 634. Voltini F.,La chiesa di San Pietro in Cremona, Cremona s.d., p. 7.
(2) Widloecher N., La congregazione dei canonici regolari lateranensi, Gubbio 1929, p. 98.
(3) Widloeeher N., op. cit., p. 74. (4)WidloecherN., op. cir., p. 101, n. 2; Pennotto G., op. cit., p. 313.
(5) Pennotto G., op. cit., p. 634.
(6) Pennotto G., op. cit., p.
635; Widloecher N., op. cii., p. 98.
(7) Widloecher N., op. cit., p. 101, n. 2.
(8) Pennotto G., op. cit., pp. 313/14.
(9) Widloecher N., op. cit., p. 106.
(10) Widloecher N., op. cit., p. 98; Pennotto G., op. cit., p. 636.
(11) Pennotto G., op. cit., p. 636/7.
(12) Loschiavo L. M.,
Spiritualità lateranense, Napoli 1988.
(13) Loschiavo E. M., op. cit., p. 7.
(14) Loschiavo L. M., Da Mortara a Fregionaia, Napoli 1985, par. 6/b; cronologia e par. V.;
Widloecher N., op. cit., p. 73 e segg.
(15) Loschiavo
E. M., Spiritualità ecc., op. cit., p. 29, n. 16.
(16) Loschiavo L. M., Spiritualità ecc., op. cit., p. 21.
(17) Voltini F., op. cit., p. 10; lettera del 24/1/92 di E. Cappellini.
(18) Il Voltini dice che l’abate Ripari morì nel 1570; cfr. op. cit., p. 12 e p. 42; Pennotto O., op. cii., p. 638.
(19) Widloecher N., op. cit., p. 323; Pennotto O., op. cit., p. 638.
(20) Pennotto G., op. cit., p. 638.
(21) Pennotto O., op. cit., pp. 638 e 789.
(22) Pennotto O., op. cit., pp. 638.
(23) Pennotto O., op. cit., pp. 314 e 463.
(24)
Pennotto C., op. cit., pp. 466 e 792.

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