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mercoledì 17 giugno 2026

BREDA de' BUGNI, CASTELLO-CASCINA


Il Castello di Breda de' Bugni, noto anche come Castello Trecchi, è uno dei più interessanti esempi di architettura fortificata rurale della provincia di Cremona. Sorge nell'omonima località del comune di Castelverde, a pochi chilometri dal capoluogo, ed è oggi inserito all'interno di una grande cascina agricola.

Le prime testimonianze documentarie risalgono al 1338, quando il castello apparteneva alla famiglia Bugni, dalla quale prese il nome la località. Nel 1452 passò ai Castiglioni e, dal 1486, alla nobile famiglia Trecchi, che lo trasformò progressivamente da fortezza difensiva a residenza signorile e centro amministrativo di una vasta azienda agricola.

 

Architettura

L'edificio conserva ancora oggi numerosi elementi dell'antica struttura medievale:

due possenti torrioni laterali con merlature;

le evidenti tracce dell'antico ponte levatoio;

l'originario fossato, oggi scomparso;

mura in laterizio con poche aperture sul lato rivolto verso l'ingresso, tipiche delle costruzioni difensive.

Gli studiosi ritengono che il castello fosse stato progettato con una pianta quadrata e quattro torri angolari, ma che il progetto non sia mai stato completato. Successivamente l'edificio fu ampliato con un elegante porticato rinascimentale rivolto verso la campagna, sostenuto da colonne con capitelli in marmo, che conferisce alla costruzione un carattere più residenziale.

 


Decorazioni artistiche

Uno degli elementi di maggior pregio è costituito dalle finestre del piano nobile, ornate da splendide decorazioni in terracotta a bassorilievo. I motivi ornamentali comprendono:

candelabre, tipiche del Rinascimento;

cornucopie, simbolo di prosperità e abbondanza;

fregi vegetali e motivi ornamentali di raffinata fattura.

Queste decorazioni richiamano quelle presenti nel palazzo dei Trecchi a Cremona e testimoniano il prestigio raggiunto dalla famiglia proprietaria.

 

Un castello al servizio dell'agricoltura

Con il passare dei secoli il castello perse gradualmente la sua funzione militare. Divenne la casa padronale della cascina di Breda de' Bugni e il centro di amministrazione delle proprietà agricole.

Da qui venivano organizzati:

la coltivazione dei campi;

l'allevamento del bestiame;

la gestione delle rogge e dei canali irrigui;

il commercio dei prodotti agricoli.

Il complesso rappresentava quindi non solo il simbolo del potere della famiglia Trecchi, ma anche il cuore economico dell'intero territorio.

 


Valore storico

Il Castello di Breda de' Bugni costituisce un raro esempio di castello-cascina della pianura lombarda, dove le esigenze difensive medievali si sono integrate con quelle dell'economia agricola rinascimentale e moderna. La sua importanza non risiede soltanto nell'architettura, ma anche nella capacità di raccontare l'evoluzione del paesaggio rurale cremonese, caratterizzato dal controllo delle acque e dall'organizzazione delle grandi aziende agricole.

Ancora oggi il complesso conserva gran parte del suo impianto originario ed è considerato uno dei monumenti storico-architettonici più significativi del territorio di Castelverde.

 

La storia di CASTELVERDE

 

Castelverde è un comune situato pochi chilometri a nord-ovest di Cremona. Il suo territorio presenta una storia molto antica, che affonda le radici nella preistoria e si sviluppa attraverso le epoche romana, medievale e moderna, fino alla formazione dell'attuale comune.

Le origini preistoriche

Le testimonianze più antiche della presenza umana risalgono alla media Età del Bronzo (circa 1600-1300 a.C.). Nei pressi della frazione di Ossalengo, nel 1898, furono rinvenuti i resti di una terramara, un villaggio preistorico costituito da abitazioni in legno costruite su piattaforme sopraelevate. In quell'epoca la pianura cremonese era caratterizzata da vaste aree paludose e da corsi d'acqua che seguivano percorsi diversi da quelli attuali. 

 

L'epoca romana e il Medioevo

Con la colonizzazione romana il territorio venne progressivamente bonificato e organizzato secondo la centuriazione, favorendo lo sviluppo dell'agricoltura. Nei secoli successivi l'area rimase strettamente legata alle vicende del territorio cremonese.

Nel Medioevo il paese era conosciuto con il nome di Castagnino Secco (in dialetto cremonese Castegnìn). La comunità è documentata già nel XVI secolo come parte del Contado di Cremona e disponeva di una propria amministrazione locale.


Dall'Ottocento alla nascita di Castelverde

Nel 1859, con la riorganizzazione amministrativa del Regno di Sardegna, il comune apparteneva al mandamento di Pizzighettone. Nel 1868 furono annessi i comuni di Licengo, Costa Sant'Abramo e Castelnuovo del Zappa, ampliando il territorio comunale.

Il cambio di denominazione da Castagnino Secco all'attuale Castelverde avvenne nel 1954. La decisione fu formalizzata il 13 novembre 1954, quando il consiglio comunale deliberò il cambio del nome dell'allora capoluogo

Il nuovo nome richiama simbolicamente un castello (raffigurato anche nello stemma comunale), sebbene non vi siano prove dell'esistenza di una vera fortificazione medievale nel luogo. L'aggettivo "verde" sottolinea invece il carattere agricolo e fertile della campagna circostante.

Lo sviluppo contemporaneo

Per molti decenni Castelverde è rimasto un centro prevalentemente agricolo, caratterizzato da numerose cascine storiche e da un'intensa attività rurale. A partire dagli anni Settanta del Novecento, grazie alla vicinanza con Cremona e al miglioramento dei collegamenti stradali, il comune ha conosciuto una significativa crescita demografica e urbanistica, trasformandosi in uno dei principali centri della cintura suburbana cremonese.

Oggi il comune comprende le frazioni di Costa Sant'Abramo, Livrasco, Ossalengo, Marzalengo, San Martino in Beliseto e Castelnuovo del Zappa. Il territorio conserva importanti testimonianze dell'architettura rurale lombarda, tra cui antiche cascine e il Castello di Breda de' Bugni, edificio storico di particolare interesse.


Patrimonio storico e culturale

Tra gli elementi più significativi del patrimonio locale si ricordano:

la Chiesa di Sant'Archelao, patrono del comune;

le numerose cascine storiche della campagna cremonese;

il Castello di Breda de' Bugni;

le testimonianze archeologiche dell'Età del Bronzo rinvenute nell'area di Ossalengo.

La storia di Castelverde rappresenta quindi l'evoluzione di un antico territorio agricolo della pianura padana, passato da piccolo centro rurale a moderno comune dell'area cremonese, senza perdere il forte legame con le proprie origini storiche e con il paesaggio della campagna lombarda.

 

lunedì 23 gennaio 2023

Castelverde: il ricordo di Mons. Pietro Gardinali


 

Le parole di mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara


Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, onorevoli autorità, è una gioia per me essere tra voi oggi per celebrare l’Eucaristia in memoria di Mons. Pietro Gardinali, vostro parroco per quasi 50 anni, a ottant’anni dalla sua morte, avvenuta durante la tragedia della Seconda guerra mondiale, nel 1943. Ricordare un parroco non è semplicemente un atto di riconoscenza, ma il ricordo del passato nella fede. Infatti, come ci ha richiamato papa Francesco in un passaggio dell’enciclica Lumen fidei, “Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa” (L.F. 38). E’ un ricordo e una memoria viva. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, Parola di vita, Parola di speranza. La pagina del libro di Isaia parla del popolo d’Israele come di un ‘servo’, come anche il profeta è un ‘servo’. E il ‘servo di Javhè’ è colui che sarà “luce delle nazioni”, per portare la salvezza del Signore “fino agli estremi confini della terra”. Leggiamo nella figura del Servo la profezia del Messia, destinato non solo al popolo di Israele ma a “tutti”, a “tutte le nazioni”: riconosciamo la figura di Gesù Cristo, che Giovanni il Battista, nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato, per primo riconosce come “Agnello di Dio”, “Figlio di Dio”. Ma nella figura del Servo leggiamo anche una ministerialità che nella Chiesa è esercitata in forme diverse: dai ministeri istituiti – lettorato, accolitato, catechista- aperti a uomini e donne; dai ministeri ordinati del diaconato, presbiterato e episcopato. Una ministerialità, come ci ha ricordato l’inizio della lettera ai Corinzi dell’apostolo di Paolo, che sente la responsabilità dell’annuncio del Vangelo, seminando grazia e pace. Una ministerialità che per il presbitero ha al centro la carità pastorale, cioè la capacità di incontrare il mondo, nelle sue gioie e speranze, tristezze e angosce, soprattutto dei poveri e dei malati – come recitano le prime parole della Costituzione conciliare Gaudium et spes – per portare a tutti la gioia del Vangelo, con una preferenza per i più poveri e i malati. La vita presbiterale di Mons. Gardinali, in particolare i 48 anni di parroco a Castelverde, è stata guidata da questa carità pastorale, inserendosi in un movimento caritativo e presbiterale che ha caratterizzato la Chiesa tra Ottocento e i primi decenni del Novecento, sostenuto dalla Dottrina sociale della Chiesa, con uno sguardo alle vecchie e nuove povertà e la moltiplicazione di strutture di carità. Il pensiero e l’azione sociale del vescovo di Cremona Geremia Bonomelli avevano segnalato anche la grave situazione di povertà e sfruttamento nelle campagne, l’insalubrità delle case, con la conseguente diffusione della pellagra, della tubercolosi, con una situazione di malati cronici che interessava anche il Comune di Castelverde e Tredossi, come anche i moniti di un parroco predecessore, don Agostino Mondini. Don Mondini inveiva contro i padroni con parole durissime :“Guai a Voi, o padroni, che non rispettate nel lavoratore dei campi e delle officine la dignità di uomo e di fratello, che negate un compenso adeguato alle dure fatiche, che lo insultate talvolta e mandate al lavoro le donne già prossime alla maternità”– come ha ricordato il compianto Valerio Farina in un saggio ‘La carità di Castelverde’ . Sull’esempio del Vescovo e del parroco predecessore, Mons. Gardinali, avendo constatato da giovane sacerdote, come vicario a Cignone nel 1891 l’importanza di una casa di riposo – fondata dal parroco di Stagno don Mori nel 1888 - arrivato a Castelverde come parroco nel 1902 apre l’Opera pia, poi intitolata al Redentore, un ospedale per i malati cronici, ma anche una casa per i disabili, per i quali organizzò anche un’azienda agricola per avviarli al lavoro. L’apertura dell’Ospedale sarà anticipata dalla nascita della S. Vincenzo, che educherà i laici alla carità e seguita dalla costruzione dell’asilo per l’infanzia, realizzato “in memoria dei morti della Guerra del 1915-1918”, a sue spese, a sostegno delle donne lavoratrici e delle famiglie di Castelverde. Per la cura di queste opere, che formano una vera e propria ‘Cittadella della carità’ Mons. Gardinali chiamerà per i primi cinque anni le suore Canossiane e poi le Suore Adoratrici: una presenza di carità fondata sull’Eucaristia. Ed era l’Eucaristia anche il centro della vita e della spiritualità di Mons. Gardinali: come memoria di Cristo, morto e risorto da testimoniare, come dono che invita alla condivisione, come segno di speranza che aiuta a guardare oltre. La forma eucaristica della sua vita ispirava l’azione pastorale di Mons. Gardinali: per evangelizzare e per promuovere ogni persona della comunità di Castelverde a Lui affidata. Un’azione pastorale che era partita dall’attenzione ai giovani, creando il circolo giovanile, primo passo per la costituzione dei diversi rami dell’Azione Cattolica, curando la predicazione e la formazione spirituale delle famiglie, educando i giovani a coniugare impegno religioso e impegno sociale e politico. Il 12 gennaio 1943, Mons. Gardinali vi lasciava, ma restavano e restano le sue opere segno di fede, speranza e carità, ma soprattutto il ricordo di un parroco pastore e guida, che si rinnova anche oggi. Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, Papa Francesco nella Lumen fidei ci ha ricordato che “l’Eucaristia è atto di memoria, attualizzazione del mistero, in cui il passato, come evento di morte e risurrezione, mostra la sua capacità di aprire al futuro, di anticipare la pienezza finale” (L.F. 44). Anche la Liturgia eucaristica che oggi celebriamo lo ricorda, unendo alla memoria di Cristo, della sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione, la memoria dei suoi testimoni fedeli, come lo è stato il vostro parroco Mons. Pietro Gardinali, a ragione definito “l’uomo della carità”. Infatti, il ricordo di quanti, come Mons. Gardinali, in mezzo a un contesto non facile, sono stati capaci di recuperare la dignità delle persone, dei poveri e degli ultimi in particolare, e con piccoli o grandi gesti hanno scelto la solidarietà, il perdono, la fraternità - come ci ha ricordato Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti – fa bene alla comunità: “Fa molto bene fare memoria del bene” (F.T. 249).
 
Casteleverde 15/01/2023

mercoledì 16 maggio 2018

Palazzo Comunale Castelverde

Il Palazzo sede del Comune si trova nel centro del capoluogo. Si tratta di un edificio di impostazione rinascimentale. Il suo aspetto ha subito, nel corso del tempo, alterazioni e mutamenti. Particolarmente rifatto è l'interno che è stato adattato alle necessità dell'ufficio comunale: rimangono tuttavia della vecchia struttura stucchi, cornici e fregi pregevoli oltre a tracce più essenziali della linea architettonica.
II palazzo fu residenza estiva dei conti Visconti di Marcignana, i quali, fra le altre proprietà, avevano in Cremona la casa signorile dell'ex Collegio Canossiane.
Nel 1711 essi acquistarono a Castagnino il podere Colenghi.
Non si sa se il palazzo fosse anteriore alla loro venuta o se essi stessi lo fecero edificare.
La dimora era circondata da un Grandioso parco: questo particolare induce a farne risalire la costruzione durante il secolo XVIII.


mercoledì 14 febbraio 2018

Famiglia FERRARI di Castelverde


Per conoscere le vicende più significative legate alla storia di Castelverde bisogna inevitabilmente avere notizie della Famiglia Ferrari che ha lasciato un segno indelebile in questa comunità. Molti sono i personaggi della famiglia che hanno avuto rilievo sociale anche a livello nazionale. 
Ora tutti riposano nella monumentale Cappella al Cimitero di Castelverde.
"La famiglia Ferrari - come descrive l'introduzione al carteggio custodito nell'Archivio di Stato di Cremona - giunse a Castagnino Secco (od. Castelverde) nel 1789 come affittuaria dei conti Visconti di Marcignago, dai quali avrebbe acquistato il fondo – e con esso acquisito le carte – ad un secolo di distanza, nel 1898. L’ascesa sociale di essa ebbe origine a metà del sec. XIX, quando il secondogenito di Giovanni Battista, Benedetto (1801-1884), riuscì ad accumulare in breve una considerevole sostanza, liquidando i parenti e rimanendo unico conduttore del podere insieme alla cugina Angela (1805-1872), che aveva sposato nell’ottobre del 1827. In un arco cronologico brevissimo, raggiunse una posizione di relativo prestigio all’interno della piccola comunità locale, posizione poi rafforzata negli anni successivi dal figlio Giovanni (1840-1884), promotore di importanti iniziative sociali in parrocchia e fuori, quali il Circolo cattolico dei conduttori di fondi agricoli di Cremona, prima associazione di laicato cattolico presente in diocesi. Alla morte di Benedetto e Giovanni, avvenuta a pochi giorni di distanza nell’ottobre del 1884, l’amministrazione delle sostanze fu assunta dall’unico figlio di quest’ultimo, Primo (1867-1955), il quale, appena diciottenne, dimostrò fin da subito grande senso di responsabilità, tanto da essere poi additato quale agricoltore esemplare, specie nei rapporti coi dipendenti. A Castelverde divenne una delle personalità più insigni, ricoprendo la carica di sindaco dal 1905 al 1920 e di presidente a vita dell’Ospedale del Redentore, da lui fondato insieme al parroco don Pietro Gardinali e al medico condotto Ercolano Cappi. Sono cinque i figli, avuti con la possidente soresinese Bianca Robbiani (1868-1926), sorella dell’industriale Amilcare, il primogenito Giannino (1891-1955), deputato al Parlamento e rappresentante degli agrari contro le leghe bianche di Guido Miglioli, e il secondogenito Ubaldo (1893-1936), avvocato, musicista e cattolico antifascista e padre del dottor Emanuele Ferrari (proprietario dell’archivio), Gina, Concetta e Mina.
Nell'archivio di Stato di Cremona sono conservate tutte le carte di natura giuridica e contabile riguardanti la conduzione del podere Castagnino di ragione Visconti e le varie proprietà della famiglia Ferrari, prodotte o acquisite da questi nel corso degli ultimi due secoli. Esse comprendono contratti di locazione e compravendita di beni, divisioni di proprietà, costituzioni di doti, registri inerenti l’amministrazione delle sostanze di famiglia, etc. I fascicoli qui descritti sono stati organizzati in ordine cronologico in relazione ai vari membri della famiglia. Ad essi segue l’archivio aggregato di Benedetta Ferrari ved. Grandi (1796-1877), sorella di Benedetto, giunto a questo ramo della famiglia per un complesso di varie circostanze".


* Nella foto d'epoca la famiglia di Primo Ferrari con la moglie Bianca Robbiani e i figli tra cui Giannino e  Ubaldo.

venerdì 5 gennaio 2018

Chiesa Parrocchiale S. Archelao a Castelverde

Una chiesa con splendide e slanciate linee architettoniche.



L'edificio sacro settecentesco fu ampliato tra il 1874 e il 1877 dall'architetto cremonese Carlo Visioli che, con sapiente intuizione, ne mutò la pianta rendendola a croce latina con l'aggiunta del transetto e del presbiterio chiuso dall'anside semicircolare.
Il prolungamento del Visioli regala veramente una eccellente monumentalità all'insieme che all'esterno si ammira con il colore rosso del cotto a vista dal quale emerge, in maniera superba, il campanile realizzato, precedentemente (1704), su disegno dell'altro illustre architetto cremonese Francesco Pescaroli.

venerdì 30 dicembre 2016

TERRA AMATA Castello Soresina Vidoni

Nei pressi di Cremona e nei dintorni di Castelverde si trova questo suggestivo complesso architettonico molto interesante e poco conosciuto.
La Villa Castello è  del sec XV della scuola di Francesco Dattaro.
La prima notizia che abbiamo su Francesco Dattaro, detto Pizzafuoco, è dell'ottobre 1557 quando fu eletto architetto della Fabbrica del duomo di Cremona, succedendo al padre Gabriele.
Al Dattaro è generalmente attribuito palazzo Affaitati (1561-70) a Cremona, dove si evidenziano riferimenti a Giulio Romano.
Vengono attribuite al Dattaro anche la ristrutturazione delle chiese di S. Pietro al Po (1573-75) e di S. Lucia, la facciata di S. Abbondio e la chiesa di S. Maria del Canipo (1585) a Cremona.

L'edificio di Terra Amata presenta una pianta quadrangolare orientata secondo i punti cardinali (tipica quindi del castello padano di pianura) e formata da corpi di fabbrica che delimitano un cortile centrale. 
In corrispondenza dei quattro angoli sono collocate delle torrette sporgenti sia in pianta che in alzato. Due torri poste nel mezzo dei corpi di fabbrica meridionale e occidentale, pure esse sporgenti in pianta, conferiscono toni monumentali ai due ingressi di mezzogiorno e di ponente. 
Tutta l'architettura dell'edificio è fortemente improntata ai caratteri stilistici propri dell'epoca - il Cinquecento - in cui la costruzione fu eretta.
Terra Amata è una frazione del comune di Cremona che sorge a settentrione del capoluogo, in posizione isolata nella campagna, a breve distanza dalla strada per Soncino. 

Sotto il profilo ambientale e paesaggistico l'abitato si configura come un caratteristico nucleo rurale della vasta e fertile pianura agricola cremonese, nella quale si trovano gli altri significativi nuclei rurali fortificati del comune di Castelverde, quali castello Trecchi a Breda dei Bugni, villa Schinchinelli a Cavallara, villa Sommi Picenardi a Licengo, villa Vernaschi a Ossalengo e la cascina Mancapane a San Martino in Beliseto. 
In questo caso però la tipologia è propria della residenza castellata quattro-cinquecentesca, nella quale rientra a pieno titolo il Castello Soresina Vidoni, elemento preminente del nucleo di edifici rurali al quale appartiene. 
Si tratta infatti di una significativa reinterpretazione di forme castellane, mentre il richiamo del suo impianto planivolumetrico al tipico castello trecentesco lombardo di pianura è così evidente da far ipotizzare che l'edificio sia stato costruito sulle fondamenta di un preesistente fortilizio, come del resto sarebbe avvenuto in alcuni dei sopraccitati nuclei rurali fortificati (castello Trecchi a Breda dei Bugni e villa Vernaschi a Ossalengo). (da lombardiabeniculturali.it)

Attualmente l'edificio è adibito a residenza di campagna privata con accesso molto blindato, infatti viene vietato ogni ingresso anche per fare solo qualche foto...
Ecco alcune immagini dall'esterno che sono riuscito a realizzare




sabato 21 novembre 2015

Ubaldo Ferrari, figura significativa nella storia di Castelverde



Chi era Ubaldo Ferrari?
Un nome importante per la storia cremonese e di Castelverde, che ha dato il nome all'odierno Istituto scolastico comprensivo e ad una via del paese. Però sul sito dell'Istituto non appare nessuna notizia bibliografica di questo personaggio storico.
E' quindi importante conoscerlo meglio e mantenere vivo il suo ricordo.
"Sarebbe diventato una delle figure più significative della Resistenza e del dopo-Liberazione, se la morte non l'avesse colto a soli quarantadue anni, il 6 febbraio 1936. Nato a Castelverde il 18 giugno 1893, da una famiglia di proprietari agricoltori distinta nella provata tradizione cattolica, cresciuto in una comunità che vide fiorire il miracolo della carità (O.P. SS. Redentore, di cui il padre Primo, era stato cofondatore insieme con Mons. Gardinali), laureato in giurisprudenza, con distacco meditato e sofferto si lancia nelle fierissime lotte per il riscatto delle classe più umili, nell'azione sindacale migliolina e nel Partito Popolare. Passato con l'avvento del fascismo il tempo delle lotte, si dedica alla ricerca scientifica nel campo del diritto penale e processuale, arrivando alla cattedra universitaria. Letterato, musicista, oratore e cattolico convinto è stato un precursore della presenza dei laici nella 
Chiesa e nella società civile": così lo ricorda, in maniera sintetica e chiara, don Ettore Fontana che fu pure parroco di Castelverde, negli anni sessanta, nel suo volume "Segnali e messaggi dal passato. Lineamenti di una storia del Movimento Cattolico Cremonese" del 1989.
Il discorso di Ennio Zelioli Lanzini, parlamentare cremonese, per l'inaugurazione della Scuola dedicata al nome di Ubaldo Ferrari nel 1967 a Castelverde lo delinea come un: "Cattolico a tutta prova, un precursore anche nel mondo della giurisprudenza: uno dei più insidiosi per la retta coscienza di un discepolo del vangelo. "Sia il vostro parlare si, si; no, no; il di più viene dal maligno" (Mt. 5,37). E' stata la regola aurea per questo straordinario protagonista dell'agone politico e forense, vissuto solo quarantadue anni... La sua vasta cultura lo rendeva ammirato conversatore, letterato pianista, concertista finissimo, musico e
critico d'arte, sociologo..."



Nelle foto:
- il monumento a Ubaldo Ferrari al Cimitero di Castelverde con la scritta: Oratore, Giurista, Musico, Letterato e Cristiano Esemplare;
- la  lapide di famiglia di Ubaldo con la moglie Rachele  e i figli in ordine cronologico per data di morte.






mercoledì 17 giugno 2015

Castelverde: Licengo, Breda de’ Bugni, Terra Amata, Cavallara, Palazzo Comunale monumenti da scoprire e racconti leggendari…


Stemma del Comune di Castelverde
“Castelverde: antichità, storia e leggende” è un articolo del 25 luglio del 1957, a cura di Gianni Zoccoli e Ondina Barbisotti, del quotidiano la Provincia, che narra di vicende e luoghi di grande interesse che riguardano il territorio di Castelverde.
Si parla di monumenti che evocano un passato ricco di storia come Cavallara, Licengo, Breda de’ Bugni, Terra Amata e il Palazzo Comunale.
Sono pagine di notevole importanza che illustrano località da conoscere intessute di aneddoti e leggende che fanno rivivere momenti antichi sempre affascinanti.


E’ una prerogativa tutta propria dei luoghi antichi quella di essere circonfusi nel cupo alone del mistero trasfigurante un po’ quel complesso di fatti e avvenimenti che si sono verificati intorno e dentro le loro mura.
Nella campagna cremonese ne esistono alcuni interessanti che però sono poco conosciuti: ci riferiamo particolarmente al territorio di Castelverde ed Uniti.
Non ci riuscirà facile ordinare le notizie riguardanti il suo passato in stretti rapporti di causa e di tempo, per la pochezza e la frammentarietà delle memorie, che sono inficiate di parecchi motivi leggendari. Ma se noi pensiamo ad una vita ricca di momenti interessanti, centriamo senz'altro il vero: Cavallara, Licengo, Breda de Bugni, Terra Amata e il Palazzo Comunale rimangono le prove tangibili delle loro nobili origini, che richiamano alla memoria i forti feudatari, i potenti casati, gli illustri cavalieri, i capitani di ventura, i duelli, le guerre, gli agguati, figure gloriose e nefande, reali o immaginifiche, agitantisi nel chiaroscuro della tradizione. 
A prescindere però dal mito, le scarse notizie che illustrano i sopraccennati luoghi bastano a mettere in luce quell'importanza che molti scrittori non hanno avuto modo di rilevare. 
Avendo letto con grande interesse alcune pagine del «Codex Diplomaticus Cremonae », in cui Lorenzo Astegiano ordinò cronologicamente con pazienza certosina i più antichi atti legali, abbiamo attinto dati storici probativi che però lasciano sottintendere molto di più e ci hanno potuto orientare verso l’oggetto delle nostre ricerche.
Si avvicendarono nella zona ecclesiastici in genere e illustri signori, come i Trecchi, i Visconti, i Morisio, gli Schinchinelli, gli Zappa, i Picenardi, per non ricordare che i maggiori.
Una vecchia carta notarile, dell'anno 999 parla della ratifica di diritti appartenenti al vescovo cremonese Olderico sopra alcuni poderi di Castagnino Secco che furono riconosciuti da un tale Cesone, messo legale dell'imperatore Ottone. 
Sempre nello stesso paese ed a Marzalengo, il vescovo Sicardo investe, nel 1200 alcuni familiari del nobile casato Sommi Picenardi di estese proprietà terriere con tutti i benefici, gli onori e le condizioni.
Nel 1259 il giureconsulto Omobono Morisio, signore di molti beni nell'agro cremonese, scrive un lungo testamento dove manifesta la volontà di lasciare in donazione i suoi averi di Castagnino alla Casa di Carità di S. Cataldo dell'ordine religioso dei frati Umiliati. 
Due anni dopo, alla morte del benefattore, gli ecclesiastici prendono possesso delle terre e vi stabiliscono la dimora, che oggi può essere identificata, anche se non esistono prove sicure, in un vasto cascinale dalle caratteristiche architettoniche molto affini a quelle dei monasteri, o nella stessa « Corte » di Licengo che, nonostante il suo aspetto signorile, si dice fosse abitata da frati. 
I suddetti beni passarono ai Barnabitti nell’anno 1570 dopo che il Papa Pio V sciolse la congregazione degli Umiliati e nel 1810 furono confiscati dalle leggi napoleoniche.

Licengo: Villa Sommi Picenardi
Licengo è un piccolo agglomerato di case, nella fitta verzura della campagna, sito a circa quattro chilometri a nord di Castagnino: la sua vita parca e severa, ci richiama quella dei borghi antichi, dove gli abitanti non avevano altra alternativa che l'assiduo lavoro diurno e il sospirato riposo notturno conditi di tanto in tanto dalla gioia di patriarcali riunioni interfamiliari. 
Il tacito villaggio, antico feudo dei Sommi Picenardi e quindi proprietà d'altri signori, comprende una vasta fattoria ed un' caratteristico complesso rinascimentale, che un po’ patito dall'usura del tempo, ha tutta l'aria di un vecchio generale vittorioso, assorto nella ammirazione nostalgica dei suoi trofei dì guerra, ma rassegnato infine all'impossibilità di ritornare sul campo della gloria.
Il settore artistico-storico di Licengo è costituito da un elegante loggiato di ampi fornici che viene notevolmente abbellito dal gustoso risalto delle lesene e delle cornici e dalla ritmica sinuosità delle arcate. 
Sopra l'architrave, in posizione centrale, spicca a mezz'aria la piccola torre che plasticamente si muove su quattro snelle colonne sormontate da una leggera cupoletta. 
Sono andati perduti l'orologio e la campana.
A sinistra del loggiato è la casa patrizia che si presenta però priva di una veste propriamente artistica. L'esterno è molto piatto e senza decorazioni; e l'interno, sebbene più vario, è tuttavia scialbo per la mancanza di una chiara struttura architettonica e per l’ampiezza quasi desertica delle stanze, che, gelide d'inverno, hanno se non altro nella stagione estiva il pregio, di conservarsi ariose e sollevanti.
Neanche i pochi affreschi dell'ampia volta dell'atrio riescono a mitigare il freddo aspetto dell'ambiente. 
Di fronte alla casa, sull'altro lato del cortile, sorgono due massicci torrioni ottagonali le cui caratteristiche informano molto bene il tipo della costruzione difensiva. 
Essi dovevano infatti fungere da baluardi e fortezze ; per questo motivo conservano i muri inferiori chiusi e compatti e soltanto in prossimità del tetto lasciano aprire delle feritoie e delle finestrine. 
Tutto il complesso è inoltre posto in una zona depressa, il che fa supporre che l'efficacia del suo apparato non traesse esclusivamente vantaggio dalla solidità dell'impostazione edilizia, ma anche dalla presumibile esistenza di uno sbarramento idrico. 
Del resto Licengo fu senza dubbio uno dei centri militari più importanti durante gli avvenimenti bellici che descriveremo in altra parte.

Breda de' Bugni: Castello Trecchi
Il passeggero che, uscendo da Castagnino per via Trecchi, tocca verso mezzodì il limitare verde della campagna circostante intravvede da lontano entro i pertugi luminosi della siepe arborea gli scorci rossigni del romito cascinale Breda de' Bugni e le spigolose torri merlate del leggendario castello. 
Percorsi millecinquecento metri, si giunge alla fattoria e, dopo averla fiancheggiata in un ampio giro a manca, si converge in un elegante ingresso rinascimentale.
Il suggestivo castello di Breda de' Bugni fu costruito nel secolo XV per ordine dei conti Trecchi e adibito a luogo di soggiorno estivo: le linee architettoniche predominanti nella sua solida struttura sono improntate a caratteristiche medioevali, anche se i particolari richiamano spesso forme estetiche più nuove. 
Massiccio sorge il complesso su ampi contrafforti profondamente radicati in una superficie di gran lunga più bassa rispetto al piano superiore della cascina attigua.
La forte depressione, che nella stagione delle piogge si colma d'acqua, è senza dubbio il resto di un grande vallum di difesa. 
I muri muscosi devono alzarsi da terra parecchi metri prima che la loro continuità venga interrotta da finestre e feritoie. 
Le superbe e vigorose creste delle merlature sono introdotte da dinamici e possenti speroni che conferiscono all'edificio il senso dell'elevazione e quello della maestosa monumentalità.
Ai lati superiori del portale d'ingresso, si aprono ancora le strette brecce che lasciavano scorrere le pesanti catene del ponte levatoio.
Tutta l'impostazione architettonica viene abbellita e fusa armoniosamente nell'eleganza fine e graziosa di moltissime sovrastrutture rinascimentali.
Le monofore a pieno centro sono simmetricamente disposte in due ordini e presentano, lungo il contorno perimetrale, larghi bordi mirabilmente ricamati di fregi che sono scolpiti nella pietra rossa. Al di sopra del portale scruta in lontananza l'oculo caratteristico della vedetta che si allarga in un suggestivo rosone. 
Nell'interno del castello le stanze sono ampie ed alte: fedelmente intonati ad uno stile tipicamente rinascimentale, gli eleganti caminetti marmorei, oltre a rappresentare squisiti motivi estetici capaci anche di dinamicizzare la staticità delle pareti, creano soprattutto una simpatica nota sentimentale e romantica che riproduce, con molta efficacia, il lontano tempo dei fiochi lumi ad olio e dei tenaci ceppi accesi nella fiamma fragorosa. 
I soffitti delle stanze sono formati a cassettoni che, sullo sfondo dorato, risaltano ornamenti graziosi di colore contrastante.
Il più bello sovrasta il vano della scala che conduce al piano superiore: la sua quadratura massiccia si schiaccia a lati in forma romboidale e si organizza in uno spaziale intreccio di travi che determinano parecchie nicchie aperte verso il basso. 
Esse si arricchiscono di singolari decorazioni intarsiate e scolpite e di agili cornici che, a più ripiani, degradano sul fondo del cassettone e circondano, nel dinamico gioco prospettico delle loro linee, un artistico fiore di bronzo. 
L'appartenenza del castello ai conti Trecchi è documentata da un grande stemma che campeggia in una parete della fastosa sala di soggiorno. 
La grossa placca elittica è divisa da una banda verticale in due zone diversamente colorate:
su quella azzurra figura una stella, su quella rossa appaiono un'aquila ed una stellina. 
Il piano superiore dell'edificio è più vario e più arioso del pian terreno: si amplifica infatti in un lungo e largo corridoio aperto alla luce da un ordine di finestre molto ampie che abbracciano un vasto scorcio del ridente scenario agreste. 
La restaurazione interna del castello effettuata nel 1928 non ha per nulla alterato il suo aspetto primitivo, perché ha fedelmente ricalcato le tinte degli intonaci, anzi ha contribuito a rafforzarne la tonalità un po' sbiadita. 
La Sovraintendenza alle antichità non ha tuttavia permesso che si rinfrescasse la zona alta delle pareti più caratteristiche allo scopo di conservare almeno un saggio antico del loro stato decorativo. 
La parte più misteriosa del castello è senza dubbio costituita dal cantinato che, per la sua posizione e per la sua leggenda, mette naturalmente a fuoco l'interesse immaginativo dei curiosi. 
Fra le volte oscure e pesanti delle fondamenta si nascondono infatti retti sgabuzzini e strani loculi, che, secondo le notizie tramandateci, dovevano comunicare con delle gallerie sotterranee. 
Fin qui nulla di inverosimile, poiché in altri luoghi è realmente provata la loro esistenza che permetteva agli assediati l'unica ed estrema possibilità di salvezza e di fuga, ma la loro storia si ingigantisce nel romanzo, sia pure interessante e commovente, quando figurano al centro di una tragicissima vicenda sentimentale. 
I principali attori del dramma sono Arabella e Filiberto. 
Le loro figure colorano di poesia la suggestività del luogo. 
Un tempo il territorio di Castelverde non era totalmente piano, ma alcune zone si sopraelevavano: una di queste si trovava nei pressi di Ossalengo, Livrasco e Cascina Cantarane e formava i famosi Tre Dossi che diedero il nome al vecchio comune. 
Esisteva fra queste collinette, così almeno si narra, un minuscolo laghetto le cui acque abbondavano di mille varietà di pesci che costituivano un ragguardevole patrimonio ittico. 
Venivano a pescare il nobile conte Trecchi, signore di Breda de Bugni e il principe Schinchinelli, proprietario di Terra Amata. 
I due gentiluomini, le cui famiglie da tempo, si odiavano per dei contrasti non ben definiti, si erano riconciliati. 
Erano soliti portare seco, allorché si recavano al laghetto, i rispettivi figli: la piccola Arabella, principessina di Terra Amata e il giovane Filiberto, illustre erede del casato Trecchi. 
Mentre i genitori pazientemente attendevano che un pesce abboccasse all'amo, i figli vagabondavano insieme nei dintorni e ben presto si legarono di profonda amicizia che, col passar degli anni, si mutò in un caldo sentimento d'amore. 
Arabella ci è stata descritta come una elegante figura di donna bionda e slanciata, il cui sorriso esprimeva tutta la squisita bontà del suo animo, degno ornamento alla sua grazia femminea. 
Filiberto, invece, forte e coraggioso cavaliere, quanto mai audace, ma dotato anche di nobilissimi sentimenti. 
L'amore pareva dovesse concludersi nel migliore dei modi, sotto l'auspicio della, felicità, ma un giorno l'odio che sembrava sopito nel tempo si risvegliava in tutta la sua violenza, motivato da un litigio sorto fra i genitori, forse per una questione di pesca. 
Fu così che gli antichi malintesi esplosero più brutalmente di prima, trascinando i due nobili a giurarsi vendetta, quando si fosse presentata l'occasione più propizia. 
Vittime innocenti, furono proprio i due innamorati, che ricevettero il drastico ordine di mai più rivedersi pena la morte. 
Arabella si chiuse in un muto dolore che spense per sempre il suo dolce sorriso. 
Il giovane Trecchi cercò di ribellarsi all'ingiustizia: non volendo assolutamente rinunciare ad Arabella, giurò a se stesso che l'avrebbe rivista contro la volontà paterna a costo di sacrificare la vita. 
Fu così che, servendosi di rudimentali carte topografiche, ideò un sotterraneo che, partendo da Breda de' Bugni avrebbe dovuto sboccare nel cortile centrale di Terra Amata. 
Con l'aiuto di uno scudiero iniziò una di quelle fatiche e di quelle opere che forse neppure una forza erculea avrebbe potuto intraprendere; fu solo la disperata passione che non conosce limiti a spingerlo all'attuazione di quell'arduo e pericoloso progetto. 
Quando poté stabilire con una certa sicurezza il tempo che, gli sarebbe occorso per portare a compimento l'immane impresa, si preoccupò di informare la principessina del suo ardimentoso piano. 

Terra Amata: Castello Soresina Vidoni
Inviò lo scudiero a Terra Amata con un biglietto sul quale erano indicati il giorno e l'ora in cui sarebbe uscito dal sotterraneo.
Il messaggio doveva essere consegnato ad Arabella celatamente; guai se il padre di lei avesse sospettato del giovane Filiberto. 
Lo scudiero giunse al castello, ma, per quanta prudenza ed astuzia usasse, fu riconosciuto come un dipendente della famiglia Trecchi e arrestato. 
Si cercò allora di strappargli il segreto del giovane conte, ma, nonostante le torture, non ne sortì confessione alcuna. 
Il principe Schinchinelli fece allora in modo che proprio nel momento in cui il successo dell'impresa stava arridendo al Trecchi, subentrasse fulminea la tragedia che avrebbe falciato le esistenze dei due innamorati. 
Arabella, quasi presaga della fosca ed inumana vendetta paterna, corse al balcone. 
Il giovane Filiberto, all' ora stabilita, uscì dal sotterraneo ignaro della tragica sorte che lo attendeva; alzò lo sguardo al balcone, sorridendo alla leggiadra figura di lei impietrita dal dolore e dallo spavento.
Dalle sue labbra salì un grido d'amore, subito soffocato da una spada omicida.
Arabella rispose con un gemito, pronunciò un nome, poi si lasciò cadere nel vuoto accanto al corpo dell'amato, unita a lui nel sonno della morte. 
Da allora il castello fu chiamato Terra degli Amanti che, col tempo, si mutò in Terramata.

Cavallara: Villa Schinchinelli
Anche Cavallara è un sito molto caratteristico per l'arte che vi è trasfusa e per la leggenda che lo circonda. 
Non era alla fine del secolo XV e al principio del XVI l'industriosa e moderna cascina che è tuttora, ma gli avanzi del suo passato, molti e preziosi, dimostrano il mecenatismo dei vari proprietari e in particolare dell'illustre casato De Poli.
La nobiltà di sangue di questa famiglia è documentata dallo stemma applicato sulle pareti della sala e dello studio, dove si può leggere:
« Giovanni e Giacomo fratelli De Poli, nativi del Cadore dalle vendite delle miniere di rame e di ferro scoperte e scavate in quel posto dai loro antenati, pervennero a comodo stato e potettero donare al governo di Venezia 100.000 ducati pei bisogni della guerra di Candia, per lo che furono fatti nobili dal Senato e dal Maggior Consiglio il 10 luglio 1363. 
Arma d'argento alla fascia d'azzurro caricata di tre stelle d'oro e accompagnata in corpo da tre rami d'olivo di verde, piedi uniti e moventi dalla fascia ».
Cavallara era stata costruita dai principi Schinchinelli, signori di Terramata, tra 1400 e il 1500 come luogo di lieto soggiorno e divertimento. 
Là si svolgevano le più splendide e fastose feste ballo e, nei suoi dintorni, interessanti battute di caccia cui partecipavano rinomatissime eminenze dell'aristocrazia locale e forestiera. 
Il castello si suddivideva in vasti saloni decorati ed affrescati, dove i migliori maestri dell'epoca avevano trasfuso la loro arte. 
Stupendi rosoni e stucchi completavano l'ornamentò del soffitto; meravigliosi scaloni marmorei dall'ampia scena prospettica disposti a due rampe divergenti, venivano introdotti da superbe sculture leonine che, nell'insieme fantastico di tutto il complesso, creavano un gioioso ambiente di fiaba. Numerosi caminetti definivano meglio il gusto squisito dell'epoca; uno di essi è stato trasportato nel castello di Terramata dagli stessi proprietari. 
Intorno alla casa patrizia si estendevano vastissimi frutteti che improntavano il luogo ad un'oasi di freschezza primaverile, mentre poco distante sorgevano una graziosa chiesa dedicata a S. Andrea ed un piccolo cimitero che gli elementi poi demolirono; le salme si trovano ora in una cappelletta edificata dai signori di Cavallara sul terreno Lazzaretto.
Si susseguirono nel luogo diversi castellani alcuni dei quali si sarebbero macchiati di atroci delitti. Narra infatti la leggenda che due fratelli, il cui nome è rimasto sconosciuto, solevano organizzare pomposissime feste e, mentre l'uno s'intratteneva con gli ospiti in lieto conversare, l’altro travestirlo da bandito aggrediva gli invitati per derubarne i gioielli. 
Una notte al termine di un baccanale, mentre alcuni gentiluomini, tra cui “Nonno Turina” ritornavano alle proprie abitazioni site nei pressi di Casalbuttano, giunti all'altezza del Santuario della Madonna Grafignana, incespicarono in una corda tesa attraverso la strada.
Essi capirono di essere caduti in un'imboscata e “Nonno Turina” invocò la protezione della Vergine, gridando:
«Madonna, aiutami».
Subito i cavalli si agitarono e, con l'impeto proprio della selvaggia esuberanza, ruppero la fune, e portarono in salvo i pericolanti. 
La veracità di questo fatto sarebbe suffragata da un medaglione in marmo incastonato nella parete sinistra del Santuario sul quale sta scritto: 
«Li 26 febbraio 1823 - F. Turina - P.G.R. ». 
Un'altra leggenda sostiene pure che nel castello di Cavallara si coniavano monete d'oro false che venivano impiegate per acquisti nella città di Brescia. 
Lo spacciatore di tali denari aveva escogitato un singolare stratagemma per trarsi d'impiccio, prima che il venditore si accorgesse di essere stato frodato con un cavallo velocissimo, ritornava precipitosamente a Cavallara correva fra i suoi contadini e con l'aria più ingenua esclamava:
«Guarda, credevo fosse molto più tardi e invece sono appena le tre ». 
Dando a chi l'ascoltava una nozione sbagliata del tempo. 
In tal modo, allorché la vittima dell'imbroglio indagava sul posto per dare consistenza ai suoi sospetti, era sempre fuorviato dalla questione dell'orario che non coincideva mai con quello della truffa per la connivenza involontaria degli amici del frodatore.
A parte però queste leggende che colorano di tinte un po' scure la fama di Cavallara, è doveroso sottolineare la bellezza artistica del luogo che, nonostante le mutilazioni e le cancellature del tempo rimane sempre un prezioso gioiello degno di ammirazione.

Castelverde: Palazzo Comunale dei Visconti di Marcignana
Altro edificio caratteristico è il municipio, Palazzo Comunale, nonostante il suo aspetto abbia subito alterazioni e mutamenti. Particolarmente rifatto è l'interno che è stato adattato alle necessità dell'ufficio comunale: rimangono tuttavia della vecchia struttura stucchi, cornici e fregi pregevoli oltre a tracce più essenziali della linea architettonica.
II palazzo fu residenza estiva dei conti Visconti di Marcignana, i quali, fra le altre proprietà, avevano in Cremona la casa signorile dell'attuale Collegio Canossiane. 
Nel 1711 essi acquistarono a Castagnino il podere Colenghi. 
Non si sa se il palazzo fosse anteriore alla loro venuta o se essi stessi lo fecero edificare. 
La dimora era circondata da un Grandioso parco: questo particolare induce a farne risalire la costruzione durante il secolo XVIII.

Queste notizie tra la storia e la leggenda sono veramente significative e danno degli utili elementi per costruire le vicende di questo territorio ricco di monumenti che andrebbero meglio valorizzati e conosciuti.