venerdì 20 maggio 2016

Piacenza medievale

Piacenza, città sorella di Cremona per le stesse origine romane ci, regala in, una splendida giornata sole, immagini sublimi dei suoi monumenti.
Portici palazzo gotivo

Palazzo Gotico e piazza Cavalli

La via dietro al Gotico

Il gotico e la piazza

I portici di Palazzo Gotico

Uno dei cavalli

Portici del Gotico con il Bar
Via dei Calzolai

Portici del Gotico sullo sfondo S. Francesco


Primo Mazzolari: Come pecore in mezzo ai lupi

Primo Mazzolari, in immagine d'epoca, con donne e bambini
Del prete cremonese è, uscito qualche anno, fa un libro che raccoglie scritti inediti.
Sono testi composti tra il 1940 e il 1955.
Sono parole che, nonostante siano state scritte negli anni Quaranta, hanno ancora una attualità forte e dirompente.
Si tratta riflessioni dedicate ai giovani, per far loro riscoprire la passione per il bene comune, inoltre alla giustizia sociale sempre vista dalla parte degli ultimi.

Interessante la recensione di Emanuele Salvato su fattoquotidiano.it
“La disgrazia della lotta politica in Italia è legata alla dimenticanza dell’uomo, per cui abbiamo cittadini che sono quel che volete, vale a dire con denominazioni politiche svariatissime, ma con nessuna sostanza umana. Prima di essere ammessi a un partito ci vorrebbe la promozione a uomo”. Inutile scervellarsi. Queste parole, di un’attualità disarmante, non appartengono a nessun pensatore dei nostri giorni – peraltro merce rara -, ma sono uscite dalla penna di don Primo Mazzolari il 25 settembre del 1945. Fanno parte dei molti scritti politici che il parroco di Bozzolo – antifascista e anticomunista, sempre e comunque dalla parte degli ultimi – ha prodotto tra il 1940 e il 1955 e che stavano rischiando di finire nel dimenticatoio.
La casa editrice Chiarelettere ha pensato di raccoglierne – grazie anche alla collaborazione e alla consulenza della Fondazione don Mazzolari di Bozzolo, che quest’anno festeggia i 30 anni della nascita – una selezione significativa nel libro da poco uscito nella collana di Instant Book con il titolo Come pecore in mezzo ai lupi (150 pagine, 7 euro). A impressionare, come si diceva, è l’attualità del pensiero di don Mazzolari, parroco “resistente” (vicino alla causa partigiana) di piccoli paesi del mantovano come Cicognara e Bozzolo con una lungimiranza e una freschezza intellettuale da subito invisa al Vaticano, che in più occasioni ne censurò pubblicazioni e scritti. Salvo riabilitarlo pochi anni prima della morte, avvenuta il 12 aprile del 1959. Fu l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI) a tendere la mano a don Primo, rinchiuso nella sua Bozzolo come un personaggio scomodo. Era il 1957. Una volta divenuto Papa, Montini disse di don Mazzolari che “aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti”.
 Profeta o non profeta, quel che è certo è che don Primo ha saputo scavare nella politica, è stato in grado di coglierne l’essenza e per questo è riuscito a smascherarne i difetti. Era convinto che la politica dovesse andare oltre i partiti e concentrarsi sugli uomini eliminando interessi e privilegi. Era certo che la politica dovesse andare a braccetto con la democrazia. Ma si rendeva conto che i due universi erano sempre più distanti, contrastanti.



venerdì 25 marzo 2016

Il cremonese "Malosso" a Piacenza

Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, nato Cremona nel 1555 è stato un importante pittore del tardo Rinascimento
Si formò alla scuola manierista di Bernardino Campi, del quale sposò la nipote. Nel 1584 dipinse la Decollazione di San Giovanni Battista davanti a Salomè, presso Padenghe sul Garda (BS). A partire dal 1587 partecipò alla decorazione della chiesa di San Pietro al Po di Cremona. Dipinse una Crocefissione nel Duomo e una Concezione nella chiesa di San Francesco Grande.
Assieme ad Agostino Carracci eseguì alcuni dipinti nel tribunale di Parma.
Sembra sia stato il Carracci a dargli il soprannome di "il Malosso" (il cattivo osso). Dal 1604 entrò
definitivamente al servizio della corte farnesiana di Parma.
Eseguì gli affreschi di tre pareti della Sala delle leggende nel Palazzo del Giardino e collaborò alla decorazione del Teatro Farnese.
Suo è anche il Paradiso in Santa Maria della Steccata a Parma.
Ha anche lasciato diverse opere in alcune chiese della provincia parmense.
Per i suoi lavori a Parma il duca Ranuccio Farnese lo nominò Cavaliere.
Lavorò anche a Casalmaggiore, Mantova e Piacenza.
A Piacenza eseguì dipinti nelle chiese di San Francesco e Sant'Agostino. Una sua Deposizione dalla Croce è conservata nella Pinacoteca di Brera.
Morì a Parma nel 1619. (da Wikipedia)
Tra le opere conservate a Piacenza, merita una particolare attenzione la pala d’altare, conservata nella chiesa di San Francesco, raffigurante L’Immacolata Concezione, che gli storici dell’arte datano alla fine del XVI secolo. 
Il tema dell’Immacolata Concezione era fin dal XIII secolo molto caro all’ordine dei Francescani. 
La Vergine Maria è ritratta semidistesa su un globo, in un atteggiamento sereno e dolente che prelude al suo destino di madre del Salvatore. 
Ai lati gli angeli recano in mano gli strumenti della passione di Cristo. 
È doveroso focalizzare l’attenzione sull’immagine del globo, raffigurato secondo la concezione tolemaica, che presenta la terra al centro dell’universo circondata dai nove cieli, retti ciascuno da un’ intelligenza angelica, come si legge nel “De coelesti ierarchia” di Dionigi l’Aeropagita. 
Più in basso due putti recano in mano cartigli su cui è iscritto “NON ACCEDET AD TE MALUM” e “NON OFFENDES AD LAPIDEM”, che rafforzano ancora di più il tema della concezione verginale di Maria e la sua estraneità al peccato. 
Nella parte superiore del dipinto Dio Padre è effigiato in atteggiamento benedicente, attorniato da Santi e putti, in un turbinio di nubi. 
Sui peducci della cupola sono ritratti due profeti e due sibille che, nei volti e nella scelta dei toni, ricalcano lo stile del Soiaro e del Correggio. 
La cupola è affrescata con L’Incoronazione della Vergine raffigurata insieme ad altri profeti e
sibille immersi in un vortice di nuvole. 
Anche in questo caso è evidente lo studio e la conoscenza dell’ opera del Correggio, in particolare l’affresco della cupola del Duomo di Parma.
Sul lucernario un angelo reca in mano un cartiglio che riporta l’iscrizione “AVE REGINA CAELORUM”. 
Per questo particolare Malosso ha utilizzato un geniale gioco di prospettiva e di scorci tale che l’angelo sembra realmente discendere sulla terra. 
(Emanuela Coperchini da associazionepiacenzamusei.it)
Nel complesso siamo di fronte ad una cappella di stupenda bellezza che si inserisce nella grandiosa Basilica di San Francesco su Piazza Cavalli a Piacenza.
La cappella attira subito l'attenzione, appena entrati nella chiesa, sulla parte destra della navata principale.
Un'opera, nel suo complesso, di grande impatto visivo con i suoi meravigliosi dipinti.
La pala dell'altare del 1603, sopra descritta, è di Giovan Battista
"Santa Famiglia" di Bartolomeo Schedoni
Trotti (il Malosso), mentre "La Santa Famiglia" del 1612, sulla destra, è di Bartolomeo Schedoni, infine, sulla parte sinistra vediamo "L'Annunciazione a Maria" della scuola di Giovan Battista Trotti.
  
"Annunciazione" scuola del Malosso

giovedì 18 febbraio 2016

CREMONA nel 1200

Rosone della cattedrale di Cremona - 1274
Propongo un interessante studio, da treccani.it, che delinea molto bene le vicende storiche del XIII secolo a Cremona.

Quando Federico II raggiunse per la prima volta Cremona alla fine di luglio del 1212, dopo una drammatica cavalcata al guado del Lambro, la città comunale era una delle più potenti della Pianura Padana, seconda solo a Milano, con la quale da decenni competeva per controllare la grande via d'acqua del Po e i commerci dell'intera Lombardia, nonché per l'espansione politica sulle rive dell'Adda. I cremonesi, sin dal tempo di Federico I, avevano appoggiato la politica imperiale e avevano aiutato il sovrano durante l'assedio e la distruzione di Crema e di Milano. Simili fatti avevano accentuato gli odi tra le due città, ma avevano anche creato una stabile rete di amicizie con altri centri urbani, con i quali Milano e Cremona si erano alleate, scambiandosi i podestà e intervenendo militarmente in caso di guerra.
Il sistema cremonese di alleanze, potenziato da una classe dirigente politica molto accorta, si fondava sullo stabile asse d'intesa con Parma. A loro volta le due città si ponevano come mediatrici delle contese tra Modena e Reggio, le quali rimasero sempre alleate di Cremona. In secondo luogo i cremonesi strinsero a partire dal 1191 trattati di reciproco aiuto militare, in momenti di bisogno, con Pavia e Bergamo, legando così i due comuni allo schieramento antimilanese. Infine un sistema temporaneo di accordi, studiati di volta in volta dalla diplomazia cremonese, permise alla città di avere rapporti d'intesa con Verona e conMantova, e limitatamente ai milites anche con Brescia. Entro questo sistema di alleanze occorrerà inserire le vicende politiche e sociali di Cremona tra il 1210 e il 1250, anno della morte di Federico II.
Sino al 1215 la vita politica della città fu fortemente influenzata dall'azione del vescovo Sicardo, che nel marzo 1210, intitolandosiepiscopus et comes, ma anche "legato della sede apostolica per predicare e instaurare la pace in Lombardia" (Codex diplomaticus Cremonae, 1898, nr. 111, pp. 215-217), propose un lodo per evitare le guerre civili in città. Era infatti in corso una vivace lotta tra il comune, controllato dai nobili, e la Societas populi, che contava nelle sue file i cives, i mercanti, gli artigiani e gli operai, quasi tutti residenti nella 'città nuova', presso la chiesa di S. Agata. Il lodo stabiliva che da quel momento in poi al 'popolo' fosse riservato un terzo delle cariche amministrative del comune, soprattutto negli organismi che nominavano i consoli politici, il podestà e i consoli di giustizia. Infine, in rapporto al problema delle imposte, il vescovo stabilì che il carico fiscale fosse diviso in scala progressiva secondo la ricchezza di ciascuna famiglia, determinata da una commissione di cui erano chiamati a far parte nobili e popolari. Qualche mese più tardi, il 6 luglio 1210 (va corretta su indicazione di Anton Haidacher la data 1211 proposta da Lorenzo Astegiano e da Johann Friedrich Böhmer), Innocenzo III informava il fedele vescovo di Cremona Sicardo di aver scomunicato l'imperatore Ottone IV e gli notificava di aver sottratto la diocesi di Cremona alla giurisdizione del metropolita di Milano. Era una pesante punizione inflitta ai milanesi per l'appoggio che essi offrivano al sovrano, ponendosi in netto contrasto con le direttive papali. Qualche tempo più tardi (16 aprile 1212) il medesimo papa ordinava al vescovo di Parma di attribuire al collega Sicardo la parte minore di giurisdizione che la Chiesa di Piacenza possedeva sul territorio di Crema al fine di punirla per la costante adesione allo scomunicato imperatore.
Nel luglio del 1212 Federico II era accolto con grandi onori in città e incaricava l'arcivescovo di Bari, Berardo, di trattare con il vescovo di Cremona e con altri cittadini la possibilità di cedere al comune il centro di Crema e l'insula Fulcherii. Intanto i cremonesi avevano creato una lega, per combattere Milano e Piacenza, con il marchese d'Este, Ferrara, Brescia, Verona, Mantova e Pavia. Tra il 22 e il 25 agosto i plenipotenziari del re di Sicilia promisero ai consoli di Cremona che dopo l'incoronazione imperiale il giovane sovrano avrebbe concesso alla città il conteso castello di Crema e il territorio dell'insula Fulcherii. La promessa fu onorata da Federico II a Ratisbona il 15 febbraio 1213; nel documento egli riconosceva tutti i privilegi, le concessioni e le usanze che i suoi predecessori avevano dato ai cremonesi e infine attribuiva il castello di Crema, la riva d'Adda e l'insula alla giurisdizione del comune cittadino. Il giorno precedente, tramite il vescovo di Trento, Federico II aveva imposto ai cremaschi di obbedire ai consoli di Cremona. La guerra contro Milano e Crema e contro tutte le città del sistema delle alleanze milanesi era inevitabile, anche perché Cremona stava divenendo la città fulcro della politica federiciana; essa fu combattuta nei pressi di Castelleone, lungo il tracciato del fiume Serio, e i cremonesi ebbero la meglio; la croce del carroccio di Milano, strappata agli avversari, fu conservata per secoli nella cattedrale di Cremona. L'8 giugno 1215 la morte sorprese il vescovo Sicardo. La nomina del successore fu molto complessa, ma al termine di lunghe discussioni e di un ricorso alla Sede romana fu accettato come vescovo il canonico diacono Omobono, erroneamente attribuito da Savio alla famiglia dei Madelberti, eletto alla fine del 1215, ma consacrato solo nel tardo autunno del 1216.
Se sul fronte esterno continuavano le guerre contro Milano e Piacenza, sul fronte interno dovettero riprendere le lotte di fazione; ne siamo informati da una lettera del 18 febbraio 1217 di papa Onorio III, con cui il pontefice denunciava la guerra civile esistente, che impediva anche l'elezione delle magistrature comunali e imponeva l'immediata nomina di un podestà con il compito di calmare gli animi. L'azione del papa, coadiuvato dal vescovo Omobono, dovette sortire effetti positivi: la città fu pacificata e la guerra si avviò verso la conclusione. Nel dicembre 1217 i milanesi e i piacentini si accordarono con Pavia, mentre nei primi giorni del 1218 cremonesi e parmensi sottoscrivevano un patto di non belligeranza con i piacentini. Qualche mese più tardi moriva Ottone IV; la sua scomparsa favoriva la conclusione degli scontri in Lombardia e permetteva a Federico II di presentarsi come unico candidato alla corona imperiale. La guerra tra Cremona e Milano, nonostante una breve ripresa nel mese di luglio, alla fine cessò: il 3 ottobre era presente a Cremona Giacomo di Carisio, vescovo di Torino e vicario di Federico II, che espose al consiglio di credenza della città il pensiero del sovrano, il quale desiderava, per realizzare la pace, eliminare le guerre che travagliavano le città di Lombardia. Per questo egli chiedeva ai cremonesi di affidare al re la risoluzione di tutti i problemi politici; la richiesta fu ribadita il 30 ottobre dal cardinale Ugolino di Ostia, legato papale in Lombardia, il quale, dopo aver sostenuto che in quel momento vi era perfetta identità di intenti tra papato e Impero, consigliò i cittadini di sottoscrivere la pace definitiva con Milano, che egli stesso, a nome del papa e del re, avrebbe mediato. La proposta fu accettata e il 2 dicembre a Lodi cremonesi e parmensi da una parte e milanesi e piacentini dall'altra si scambiavano i prigionieri e ricevevano la benedizione di pace dal legato.
Tuttavia non tutti i problemi erano stati risolti; infatti il 20 settembre 1220 i cremonesi affidarono al presule Omobono e ai milites, che si recavano incontro a Federico per accompagnarlo a Roma, un memorandum in cui si chiedeva di imporre ai milanesi la cessione di Crema, dell'insula Fulcherii e delle terre attorno al corso dell'Adda. Le richieste furono accettate nel luglio 1226 mentre l'imperatore era a Cremona ove aveva convocato una dieta per risolvere i problemi dell'Impero (honor et reformatio imperii), aperta a tutti i rappresentanti delle città di Lombardia. Ma qualche mese prima Milano aveva stretto con altre città lombarde una seconda Lega lombarda con finalità contrarie a quelle imperiali. Alla dieta i milanesi e i loro alleati non si presentarono e Federico li mise al bando. La rottura con Milano, avvenuta in quei mesi, determinò la realizzazione di una stretta alleanza tra Cremona e l'imperatore. Ma la guerra non scoppiò, grazie alla mediazione del papa, che impose ai due gruppi nei primi giorni del 1227 l'obbligo della pace.
Morto Onorio III, gli successe Ugolino di Ostia, che assunse il nome di Gregorio IX; il nuovo papa intervenne subito contro i cremonesi e il 23 aprile 1227 scrisse all'arcivescovo di Milano Enrico di Settala di aver disposto, senza tuttavia rendere esecutivo l'ordine, che la diocesi di Cremona ritornasse a far parte del territorio ecclesiastico milanese, annullando quanto Innocenzo III aveva concesso a Sicardo. Era un'aperta minaccia contro la città, che continuava nell'alleanza con l'imperatore; l'avvertimento fu reso esecutivo il 13 luglio 1228. Qualche giorno più tardi i cremonesi rinnovarono l'alleanza con Parma contro i piacentini, alleati dei milanesi, che a loro volta nell'ottobre del medesimo anno, accampati presso Crema, distruggevano le terre e i villaggi di Soncino, Soresina, Crotta d'Adda e Castelleone. Ora la guerra aperta sembrava inevitabile e Cremona era costretta anche a combattere contro i bolognesi e i fiorentini per dare aiuto agli alleati di Modena. Intanto i rettori della Lega lombarda vietavano a tutte le città alleate di intrattenere rapporti commerciali con Cremona, Parma e Modena e impedivano ai singoli cittadini di assumervi la carica podestarile. Alla metà di aprile del 1229 a Firenze gli ambasciatori di Cremona sottoscrivevano la pace con i cittadini della città toscana; subito dopo le due parti si scambiavano i prigionieri e si impegnavano a non richiedere il pagamento dei danni di guerra. Nella tarda estate lo scontro con i bolognesi e con i loro alleati divenne più grave e culminò nella battaglia di S. Cesario in cui i cremonesi ebbero la meglio.
Con il nuovo anno la pace tra la Chiesa e l'Impero, firmata a San Germano, assicurò un breve periodo di tranquillità, mentre i due schieramenti si contrapponevano in modo ormai fisso, secondo l'asse Cremona, Parma, Modena e Reggio, a cui si opponeva l'asse Milano, Brescia, Piacenza. Nel 1233 i rapporti tra Federico II e Cremona entrarono in una nuova fase: la città, dilaniata da lotte civili interne, chiese al sovrano di inviare un podestà che la governasse a nome dell'Impero. La novità consisteva nel fatto che le istituzioni comunali continuavano a funzionare, ma la vita politica era sostanzialmente cambiata, poiché il massimo magistrato, Tommaso d'Aquino, apparteneva alla cerchia dei fideles del sovrano. Con il successore, Guglielmo di Andito, la città fu costretta nel gennaio a prestare 20.000 lire al comune di Verona per facilitare la sua permanenza in campo imperiale; Ezzelino da Romano, rettore veronese, che aveva consegnato nel 1232 al partito imperiale la città e il controllo delle strade verso la Germania, scrisse qualche mese più tardi ai cremonesi di effettuare l'ultimo versamento.
Tra il 1234 e il 1236 il vescovo di Cremona Omobono e i canonici della cattedrale erano attivi in concessioni feudali, soprattutto agli Zanebono e ai Sommi, e in processi per la difesa dei diritti di decima. Inoltre il vescovo era in lite anche con i conti di Camisano. Al contrario, il 18 marzo 1236 il priore provinciale dei Predicatori di Lombardia, per ordine di Gregorio IX, riformava il vecchio monastero di S. Giovanni di Pipia, nonostante la strenua difesa messa in atto dal canonico cantore Giovanni Buono dei Giroldi, e vi introduceva le monache cistercensi sino ad allora attive nel cenobio di S. Maria di Boschetto. Lo stesso anno i Dovara, legati al partito di Federico II, divisero tra di loro la torre in cui abitavano alcuni membri della famiglia e dal vescovo di Parma, Grazia d'Arezzo, ebbero una sentenza favorevole nella causa che essi avevano con il monastero di S. Sisto di Piacenza per il possesso di terre, corti e giurisdizioni un tempo appartenenti al cenobio, lungo il corso del Po nella zona di Viadana e di Pomponesco.
Federico II, di ritorno dall'impresa in Germania contro il figlio Enrico, incontrò le milizie cremonesi nell'agosto del 1236 sul fiume Mincio e con esse si recò in città; da questo momento e sino al 1250, Cremona svolse il ruolo di capitale imperiale per l'Italia settentrionale e l'imperatore vi soggiornò non meno di diciotto volte. La città divenne l'anno seguente il quartier generale dell'esercito imperiale prima della campagna contro i bresciani e i milanesi. All'indomani della vittoria di Cortenuova (27 novembre 1237) Federico II fece il suo ingresso trionfale in città, accompagnato dal suono delle trombe, scortato da una colonna infinita di prigionieri e seguito dal carroccio dei milanesi, la cui antenna era inclinata fino a terra e sopra il carro era legato con disonore il podestà di Milano, figlio del doge di Venezia (v. Pietro Tiepolo). Il carroccio nemico era trainato dall'elefante di Federico, che portava sul dorso un castello di legno con armati e con le bandiere recanti l'aquila imperiale. Le prigioni della città si riempirono di nemici in attesa di essere registrati e trasferiti nei castelli della Puglia e della Calabria. In seguito a Cremona si celebrò il matrimonio di Ezzelino da Romano con la figlia dell'imperatore, Selvaggia, e nel 1238 il figlio Enzo ricevette l'investitura a cavaliere. Quest'ultimo, divenuto re di Gallura, vi tenne la sua corte e gli organi di governo e con il padre predispose nel giugno del 1239 un piano di organizzazione amministrativa, che comportava la creazione di un vicariato che si estendeva su quasi tutta l'Italia del Nord e di cui Cremona era destinata a essere la capitale.
Tuttavia Federico II non era un sovrano residente, nella città si fermava per qualche settimana in un palazzo imperiale vicino al monastero di S. Lorenzo, ormai inserito entro la cinta edificata nel 1169. In questa città vecchia abitavano i rappresentanti dellaSocietas militum, i nobili, che si contrapponevano al popolo, che era sistemato oltre la Cremonella presso la chiesa di S. Agata, ove fu edificato il Palazzo del Popolo nel 1256. La città era divisa in quattro circoscrizioni, o porte, corrispondenti alle porte delle mura antiche, ed esse erano i centri di organizzazione dell'esercito e della riscossione dei tributi. Ogni porta era formata da vicinie, i cui abitanti esprimevano dei rappresentanti nel consiglio di credenza del comune, insieme ai consoli dei mercanti, ai consoli dei paratici e ai nobili della Societas militum. Essi eleggevano i savi, o consiglio minore, e deliberavano in materia di tasse, esercito, urbanistica, annona e politica estera. Il contado, non molto ampio e stretto lungo il corso del Po, era dominato dal comune, che aveva trovato una piena collaborazione con i signori feudali dei castelli rurali e che per popolare il territorio aveva attuato tra i secc. XII e XIII una politica di erezione di borghi franchi, i cui ultimi prodotti in età federiciana furono Castelnuovo Bocca d'Adda (1226-1234) e Castelfranco d'Oglio (1243). In questo periodo, come gli studi di François Menant hanno ben dimostrato, si era sviluppata la grande sistemazione idraulica del territorio, che aveva permesso di prosciugare le terre, di metterle a coltura e di creare nuovi centri agricoli. Tra il 1218 e il 1223 fu scavata la Tagliata, un canale che usciva dal Po a valle di Guastalla e vi rientrava a monte di Ferrara, permettendo alle navi cremonesi di aggirare Mantova, città nemica. L'operazione rivolta al controllo della navigazione sul corso del grande fiume padano fu perfezionata nel 1227 con l'acquisto dei centri strategici di Guastalla e di Luzzara. Cinque anni più tardi (1231-1232) fu sistemata la Cremonella, che divenne un canale navigabile per il trasporto delle merci dal Po alla città e insieme una grande arteria d'acqua per l'irrigazione dei campi, per i mulini e per le folle. Per mettere a coltura tante terre strappate alla palude il comune facilitò l'immigrazione di contadini, che provenivano in larga misura dalle vallate bergamasche e con il loro lavoro resero la pianura cremonese una regione modello entro la Lombardia comunale, incentrata su cascine a produzione cerealicola, ma anche con allevamento del bestiame.
Meno chiara è, allo stato attuale degli studi, la conoscenza dello sviluppo dell'artigianato, delle piccole industrie e dei commerci, che sembrano prevalere sull'agricoltura entro l'economia della città. Se il populus rappresentava gli interessi in primo luogo dei mercanti, la sua costante affermazione a partire dal 1210 può essere intesa come indice dello sviluppo dei commerci lungo il Po, a cui Cremona era avvezza sin dai secoli precedenti il Mille. Ma i mercanti cremonesi erano anche attivi nelle principali piazze commerciali italiane, come Genova, Pisa e Venezia, e fondavano le loro ricchezze su tre componenti essenziali della mercatura: il controllo della navigazione sul Po, il prestito di denaro e la produzione di stoffe di tipo comune e popolare, ottenute con lana africana, con lino e con cotone. Quando Federico vi soggiornava Cremona era una città industriale, artigianale, commerciale e di banchieri, i quali nel 1240 erano in grado di anticipare forti somme di denaro all'imperatore, ottenendo in cambio privilegi per importare in Lombardia merci pregiate dal Regno di Sicilia. A livello sociale Cremona sino al 1233 fu una città travagliata da lotte civili tra i nobili e il popolo, entità che tendevano a istituzionalizzarsi in due veri partiti politici, la Societas militum e la Societas populi, con il conseguente passaggio di gruppi familiari dall'uno all'altro schieramento per la conquista del potere. Gli scontri, particolarmente intensi nel 1232, ebbero termine con l'avvento di podestà funzionari imperiali che riuscirono a mantenere un equilibrio tra i due schieramenti, coinvolgendo nelle strutture amministrative del comune e nella realizzazione di un estimo per raggiungere una maggiore giustizia fiscale sia le famiglie capitaneali, come i Dovara, i Sommi, i Gazo, i Ponzoni, gli Amati e gli Avvocati, sia le famiglie popolari, quali i Multisdenariis, i Picenardi, i Bonbeccari e i Gozzalengo. D'altra parte, anche sulla scorta di affermazioni del cronista Iacopo d'Acqui, Aldo Settia (1999) ha di recente messo in evidenza l'importanza rivestita in campo imperiale dalle fanterie popolari cremonesi, che combattevano con lunghe scuri ammanicate (chiamate manaria falcata), durante le battaglie del Duecento e in particolare in quella di Cortenuova.
In questi anni, dopo aver tentato inutilmente di conquistare Brescia nel 1238 e dopo la scomunica papale del 1239, Federico II soggiornò più volte in Cremona con il figlio Enzo, e ivi dimostrò, come ha giustamente affermato David Abulafia, che il suo potere sulle città che gli erano fedeli non era tirannico, in quanto egli confermò sempre la loro autonomia. Tra il 1241 e il 1244 i cremonesi, sotto la guida del marchese Manfredo Lancia e di re Enzo, combatterono i milanesi e i bresciani, a loro volta capeggiati da Gregorio da Montelongo, legato papale in Lombardia a cui il papa Innocenzo IV, eletto nel 1242, aveva affidato il compito, dopo la sua fuga a Lione, di coordinare la resistenza contro gli imperiali. Enzo rimunerò le fatiche dei fedeli cremonesi con la concessione nell'agosto del 1242 del castello di Roncarolo, centro importante nel territorio piacentino a sud del Po. Essi lo ripagarono nel 1245 a Gorgonzola liberandolo dalla cattura dei milanesi, mentre il padre nel luglio, dopo aver più volte soggiornato a Cremona, apprese in Piemonte che nel concilio di Lione il papa lo aveva deposto e scomunicato.
Le lotte tra i due schieramenti crebbero e nel 1246 Enzo con i cremonesi attaccò Piacenza e poi si diresse verso Torino per impedire che forze militari del pontefice penetrassero in Lombardia. In città, con il podestà Rinaldo di Machilone, erano attivi l'arcivescovo di Palermo Bartolomeo e il domenicano magister Rolando, che aveva potenziato l'insediamento cittadino dei suoi confratelli e ora favoriva la concessione di esenzioni alle monache di S. Giovanni di Pipia dal pagamento di un fodro imposto dal comune agli ecclesiastici della città e del territorio per poter pagare le spese necessarie a mantenere gli eserciti del sovrano. Nel contempo il vescovo Uguccione univa il monastero di S. Leonardo di Ponte Pietra con quello di S. Sisto nel sobborgo della città e i canonici della cattedrale redigevano nuovi statuti. L'anno terminava, secondo le corrette indicazioni di Carl Rodenberg, con una lettera papale, inviata al marchese Corrado Cavalcabò e ad Amato degli Amati, nella quale Innocenzo IV invitava quattordici famiglie nobiliari della città, che si erano schierate contro gli imperiali ed erano state bandite, a combattere contro Federico II. L'unità politica della città era finita, iniziavano le lotte tra un gruppo di guelfi, detti Cappelletti, e i ghibellini intrinseci, denominati Barbarasi. L'anno seguente alla fine di giugno Parma cadde nelle mani di un gruppo di fuorusciti aderenti al partito papale e fra Salimbene, che in quel momento abitava a Cremona, accusò re Enzo e i cremonesi di non aver provveduto in modo preventivo a difenderla, recandosi ad assediare il castello bresciano di Quinzano. Ritornato rapidamente in città, Enzo fece estrarre il carroccio e si recò a Brancanisio, a 7 miglia dalla città ribelle su di un ramo morto del Taro, per aspettare la venuta dell'esercito del padre. L'indugio fu deleterio in quanto nel frattempo i parmensi ricevettero aiuti da Gregorio da Montelongo e dai guelfi di tutta la Lombardia.
Per il medesimo cronista questi anni furono tra i più tragici del sec. XIII in quanto i villaggi venivano messi a fuoco e nelle campagne deserte gli animali selvatici e quelli feroci si moltiplicavano, mentre i lupi, radunati dinanzi alle fosse delle città, ululavano in modo sinistro nelle notti. L'assedio di Parma, condotto dall'imperatore in persona, che aveva fatto costruire di fronte al centro ribelle una nuova città chiamata Vittoria, ebbe un esito disastroso, in quanto il 18 febbraio 1248, mentre era a caccia, gli assediati attaccarono il campo imperiale e sterminarono l'esercito assediante; i cremonesi ebbero numerosi morti e persero il carroccio. L'imperatore si ritirò a Cremona, ove nell'ottobre del medesimo anno emersero in occasione della morte del vescovo Omobono i partiti avversi. Gli ordinari della cattedrale elessero subito l'arcidiacono Giovanni Buono dei Giroldi, un fervente partigiano imperiale; Innocenzo IV, che nel marzo 1248 aveva stabilito di sottrarre ai capitoli canonicali delle città favorevoli a Federico II il diritto di procedere all'elezione dei vescovi, non considerò valida la nomina, ma attese a intervenire dopo che re Enzo, podestà di Cremona, alla fine di maggio fu preso prigioniero dai bolognesi a Fossalta. Nella situazione di incertezza creatasi, i fuorusciti cremonesi, guidati da Ottolino Sommi, occuparono per qualche tempo la città nuova e il papa ordinò allora (29 luglio 1249) a Gregorio da Montelongo di nominare come vescovo Bernerio Sommi, dopo aver annullato l'elezione del Giroldi. Un mese più tardi però la città cadde sotto il controllo del marchese Uberto Pallavicini, uno dei funzionari di Federico II, che la tenne con il titolo di podestà sino al 1266. I Sommi furono nuovamente banditi e il loro vescovo, seppur consacrato, non riuscì a prendere possesso della diocesi, che fu amministrata, come se fosse stata in sede vacante, da Giovanni Buono, il quale la resse sino all'agosto del 1259 con il titolo di generalis procurator in spiritualibus et temporalibus rebus episcopii et ecclesie cremonensis. Il 18 agosto 1250 il Pallavicini riuscì a vendicare la sconfitta di Vittoria, in quanto al comando di un esercito di cremonesi e di alleati dell'imperatore raggiunse Parma e di-strusse le forze guelfe prendendo ben duemilacinquecento prigionieri e il carroccio della città rivale.
Nonostante questa resistenza imperiale in campo politico e ecclesiastico, dopo l'improvvisa morte di Federico II, a Cremona iniziava un nuovo periodo per la sua storia: gli schieramenti imperiale e antimperiale, quest'ultimo originatosi negli ultimi anni dell'età federiciana, costituivano una linea di divisione, ma non l'unica, in quanto il contrasto tra il popolo e la Societas militumappariva sempre più forte. Inoltre i populares, che ormai rappresentavano la forza più vitale dello schieramento, aderirono gradualmente al partito guelfo, mentre i nobili, in grave decadenza per i sanguinosi contrasti tra i clan, erano destinati, dopo la morte di Uberto Pallavicini, a perdere il loro tradizionale ruolo politico. In ogni caso l'età di Federico II generò sia in campo guelfo sia in campo imperiale il tempo dei tiranni, che more lombardico dominavano sulle città e si comportavano crudelmente contro gli avversari. Con la sconfitta dell'imperatore ebbe termine anche la grande ascesa politica della città padana, che nel corso del Duecento finì per essere inserita nel sistema di dominio milanese.
di Giancarlo Andenna da treccani.it

Torrazzo di Cremona- 1267

FONTI E BIBLIOGRAFIA
A. Campo, Cremona fedelissima città, Cremona 1585, pp. 40, 43.
Iacopo d'Acqui, Chronicon imaginis mundi, a cura di G. Avogadro, in Monumenta Historiae Patriae, Scriptores, III, Augustae Taurinorum 1848, coll. 1572-1594.
Historia diplomatica Friderici secundi, V, 1, pp. 133-139.
Annales Mediolanenses minores, a cura di Ph. Jaffé, in M.G.H., Scriptores, XVIII, 1863, p. 398.
Annales Placentini Gibellini ab anno 1154 usque ad annum 1284. Gesta imperatoris Friderici de rebus gestis in Lombardia, a cura di G.H. Pertz, ibid., pp. 462-464.
Ogerio Pane, Annales (1197-1219), ibid., pp. 131-133.
Acta Imperii selecta. Urkunden deutscher Könige und Kaiser (928-1398), a cura di J.F. Böhmer, Innsbruck 1870, pp. 632, 640-642, 644, 646, 652-655, 668-671, 772, 773, 782-786, 825.
Regesta Pontificum Romanorum, a cura di A. Potthast, II, Berolini 1875, nr. 12395.
F. Novati, L'obituario della cattedrale di Cremona, Milano 1881, pp. 43, 47, 52, 65, 83-84.
Les registres d'Innocent IV, a cura di E. Berger, I-IV, Paris 1884-1921: III, nrr. 6096, 6097, 6152, 6175, 6266.
M.G.H., Epistolae seculi XIII e regestis pontificum Romanorum selectae per G.H. Pertz, a cura di C. Rodenberg, II, 1887, p. 359.
Regesta Honorii papae III, a cura di P. Pressutti, I, Romae 1888, nr. 352, p. 63.
Codex diplomaticus Cremonae (715-1334), II, a cura di L. Astegiano, in Monumenta Historiae Patriae, XXII, Augustae Taurinorum 1898, nr. 111, pp. 215-217; nr. 125, p. 218; nr. 143, p. 220; nrr. 154-155, p. 221; nr. 164, p. 223; nrr. 171-175, pp. 223-224; nr. 449, p. 260; nr. 537, p. 274; nrr. 552-556, p. 276.
Giovanni Codagnello, Annales Placentini, a cura di O. Holder-Egger, in M.G.H., Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum, XXIII, 1901, pp. 29-30, 42-46, 48-49, 52-53, 57, 60-67.
Annales Cremonenses (1096-1232), ibid., Scriptores, XXXI, 1903, pp. 16-21.
Sicardi episcopi cremonensis Cronica, ibid., pp. 170-183.
Salimbene de Adam, Cronica, a cura di O. Holder-Egger, ibid., XXXII, 1913, pp. 178-179, 188-189, 193-199, 329-331, 474-475.
Gli Atti del Comune di Milano nel secolo XIII (1217-1250), a cura di M.F. Baroni, Milano 1976, nr. 18, pp. 27-31.
F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia: la Lombardia, II, 2, Cremona, Lodi, Mantova, Pavia, Bergamo 1932, pp. 122, 126, 129-131.
U. Gualazzini, Gli Statuti del popolo di Cremona del secolo XIII, "Rivista di Storia del Diritto Italiano", 9, 1936, pp. 381-433.
Id., Il 'populus' di Cremona e l'autonomia del Comune, Bologna 1940, pp. 54-146.
F. Gosi, Le origini delle corporazioni tessili e l'espansione del commercio cremonese nel XIII secolo, "Bollettino Storico Cremonese", ser. II, 6, 1941, pp. 28-51.
A. Haidacher, Über den Zeitpunkt der Exkommunikation Ottos IV. durch Papst Innozenz III., in Studien und Vorarbeiten zur Edition der Register Papst Innozenz' III., VII, "Römische Historische Mitteilungen", 3, 1958-1959 e 1959-1960, pp. 132-185.
Id., Zur Exkommunikation Ottos IV. durch Papst Innozenz III., in Studien und Vorarbeiten zur Edition der Register Papst Innozenz' III., VIII, ibid., 4, 1960-1961, pp. 26-36.
E. Pásztor, Studi e problemi relativi ai Registri di Innocenzo III, "Annali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell'Università di Roma", 2, 1962, pp. 287-304, in partic. pp. 303-304.
P. Racine, À Crémone, à la fin du XIIIe siècle. Note sur le marché du coton, in Studi in memoria di Federigo Melis, I, Napoli 1978, pp. 527-541.
E. Voltmer, Personaggi intorno all'imperatore: consiglieri e militari, collaboratori e nemici di Federico II, in Politica e cultura nell'Italia di Federico II, a cura di S. Gensini, Pisa 1986, pp. 80-81.
D. Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Torino 1990, pp. 128-129, 253-254.
F. Menant, Campagnes lombardes du Moyen Âge: l'économie et la société rurales dans la région de Bergame, de Crémone et de Brescia du Xe au XIIIe siècle, Roma 1993, pp. 25-28, 127-132, 532-537.
C. Brühl, L'itinerario italiano dell'imperatore: 1220-1250, in Federico II e le città italiane, a cura di P. Toubert-A. Paravicini Bagliani, Palermo 1994, pp. 34-47.
O. Guyotjeannin, I podestà imperiali nell'Italia centro-settentrionale (1237-1250), ibid., p. 126.
M. Vallerani, Le leghe cittadine: alleanze militari e relazioni politiche, ibid., pp. 389-402.
A. Vasina, Bologna e la seconda Lega lombarda, in Federico II e Bologna, Bologna 1996, pp. 187-191.
M. Vallerani, La politica degli schieramenti, in Comuni e signorie nell'Italia settentrionale: la Lombardia, a cura di G. Andenna-R. Bordone-F. Somaini-M. Vallerani, Torino 1998 (Storia d'Italia, diretta da G. Galasso, VI), pp. 435-444.
G. Chiodi, Istituzioni e attività della seconda Lega Lombarda (1226-1235), in Federico II e la civiltà comunale nell'Italia del Nord. Atti del Convegno internazionale promosso in occasione dell'VIII centenario della nascita di Federico II di Svevia, Pavia, 13-15 ottobre 1994, a cura di C.D. Fonseca-R. Crotti, Roma 1999, pp. 345-368.
E. Voltmer, La fallita dieta di Cremona e gli inizi della seconda Lega lombarda (1226). Riflessioni e prospettive, ibid., pp. 401-416.
H. Zug Tucci, I 'victricia castra' di Federico II, ibid., pp. 67-70.
G. Andenna, Episcopato cremonese, capitolo cattedrale, papato e impero nel XIII secolo, in Cremona città imperiale. Nell'VIII centenario della nascita di Federico II. Atti del Convegno internazionale di studi, Cremona, 27-28 ottobre 1995, Cremona 1999, pp. 164-180.
F. Menant, Cremona al tempo di Federico II, ibid., pp. 19-37.
A. Settia, Federico II, il Popolo di Cremona e le tecniche di combattimento nel secolo XIII, ibid., pp. 223-241.
M. Vallerani, Cremona nel quadro conflittuale delle città padane nell'età di Federico II, ibid., pp. 41-69.
G. Zanella, Federico II, Cremona, le cronache, ibid., pp. 78-119.
E. Coleman, Sicard of Cremona as Legate of Innocent III in Lombardy, in Innocenzo III. Urbs et orbis. Atti del Congresso internazionale, Roma, 9-15 settembre 1998, a cura di A. Sommerlechner, II, Roma 2003, pp. 929-953.

lunedì 4 gennaio 2016

Cremona e Piacenza: la fondazione romana e successive trasformazioni


Cremona romana
DALLA CITTÀ ROMANA ALLA CITTÀ TARDOANTICA:
TRASFORMAZIONI E CAMBIAMENTI NELLE CITTÀ DELLA PIANURA PADANA
CENTRO‑OCCIDENTALE

Cremona, Piacenza e Pavia sono le città edificate dai Romani nel centro della Pianura Padana, nei pressi di corsi d'acqua e su terrazze di origine fluviale. Dal III secolo dC ci furono modifiche nella struttura urbanistica delle città che ne hanno trasformato l'aspetto:
nuove fortificazioni;
nuovi edifici come chiese e palazzi;
nuove tecniche di costruzione;
inclusione della campagna all'interno delle mura.
Stiamo in questo modo osservando la nascita della città medievale.
Il rapporto con la geomorfologia ha così condizionato questa evoluzione.
Questa  pubblicazione è la prima parte di un interessante lavoro realizzato da - PIER LUIGI DALL’AGLIO - KEVIN FERRARI- GIANLUCA METE (1) (https://www.academia.edu/), eccellenti studiosi di archelogia.

1. INTRODUZIONE 
L’età tardoantica, termine che indica il periodo di transizione tra l’età romana imperiale e l’alto medioevo, è un momento di grande crisi intesa nel senso letterale e originario del temine, ossia di trasformazione e cambiamento. Nella tradizione quest’epoca è stata a lungo interpretata in un’ottica negativa, come se questi mutamenti indicassero soltanto un processo di degenerazione e degrado dell’assetto precedente, una sorta di regressione della civiltà compreso tra due periodi ben definiti e caratterizzati da fasi di sviluppo e crescita. Pur nella sua problematicità si tratta piuttosto di un’età ricca e complessa in cui molti fattori portavano a una nuova strutturazione delle realtà precedenti trasformandole in qualcosa di nuovo e originale (2). I cambiamenti in corso riguardarono moltissimi aspetti, dalla struttura delle istituzioni politiche all’immaginario del potere, dall’economia alla società e alle modalità di sfruttamento del territorio. Il paesaggio stesso subì numerose variazioni, con una riduzione delle aree insediate, la nascita di nuovi poli di aggregazione, la ricomparsa di aree incolte come zone umide, palustri e boschive. Le nuove condizioni del popolamento, con una diminuzione della presenza umana sul territorio, fecero venire meno il controllo costante sulle infrastrutture e sui corsi d’acqua, tanto che anche l’assetto idrografico mutò in modo sostanziale (3). Questi fenomeni non risparmiarono neppure le città. Rispetto all’epoca imperiale caratterizzata da crescita demografica e rinnovamento urbanistico e architettonico, ora si assisteva invece a una fase di ripiego, con interventi meno numerosi o limitati più che altro a restauri, abitazioni private meno ricche, edifici riadattati a nuove funzioni, aree parzialmente abbandonate. Tale situazione non sfuggiva neppure agli stessi autori antichi che percepivano i mutamenti in atto, anche se poi si deve prestare attenzione a contestualizzare e a distinguere tra diverse situazioni e realtà geografiche. In una zona come la Pianura Padana, con particolare riferimento alla VIII regio augustea, vediamo ad esempio una serie di situazioni molto variegate e complesse ma che sono indicative delle tendenze appena descritte. Nel periodo compreso tra il tardoantico e l’alto medioevo, ad esempio, alcune cittadine come Veleia o Claterna cessarono di essere abitate e persero la loro forma di centri urbani, pur essendo attestati (es. pieve a Claterna ) alcuni elementi di continuità come centri di riferimento del territorio circostante. Fidentia subì una sorte analoga ma recuperò al contrario un aspetto cittadino dopo una fase di abbandono che fece però perdere memoria persino del suo antico nome. Casi di continuità abitativa, ma con significativi mutamenti, sono costituiti ad esempio da Mutina , che subì nel VI secolo d.C. una fase di dissesto idrico con conseguente slittamento del centro della città medievale rispetto a quello romano, o da centri come Parma e Bononia , che videro invece una restrizione dell’area urbana con la costruzione di una cinta muraria che escludeva quartieri precedentemente abitati. Sorte diversa toccò invece a città come Placentia , Cremona e Ticinum , che ancora in età tardoantica mantenevano invariati i limiti materiali della città (le mura), mostrando una continuità formale più marcata che comunque non le risparmiava dalle trasformazioni che stavano interessando indifferentemente tutte le altre città. Collocate nel settore centrale della pianura padana, nelle vicinanze di corsi d’acqua di notevole importanza quali il Po, il Trebbia e il Ticino, tali città sono sorte in un contesto geomorfologico simile e mostrano notevoli analogie nel rapporto tra l’impostazione dell’impianto viario e la geografia fisica del territorio. Forse la posizione geografica e lo stretto rapporto che lega forma urbis e geomorfologia si possono annoverare tra le molteplici cause che hanno favorito questa maggiore continuità “apparente” tra città romana e medievale rispetto, ad esempio, ad altri centri di pianura come quelli enunciati precedentemente. A questa situazione dovette contribuire anche la loro vicinanza a corsi d’acqua. Sappiamo infatti, anche attraverso una notizia di Sidonio Apollinare, che la viabilità fluviale rivestiva in questo periodo un ruolo di grande importanza, rendendo dunque Cremona, Pavia e Piacenza dei centri privilegiati proprio per la loro collocazione (4). Anche in queste città si verificarono comunque una serie di modifiche nella gestione e nell’organizzazione degli spazi interni e nel tessuto viario che ne mutarono l’aspetto. Il passaggio tra la fase romana e quella tardoantica è caratterizzato da alcune problematiche che sono state bene messe in luce dalla storia degli studi e che sono ormai assodate come linee guida di queste trasformazioni. Questi parametri possono essere suddivisi in tre gruppi, uno relativo alla costruzione e realizzazione di nuove strutture (sistemi difensivi, edifici cristiani, centri di potere, luoghi per le attività produttive), uno relativo alla destrutturazione e riutilizzazione di elementi preesistenti (templi, fora , edifici pubblici, edifici da spettacolo, infrastrutture), uno relativo infine alla trasformazione di spazi e usanze (edilizia privata, uso di aree pubbliche, comparsa di giardini e ortivi nel perimetro urbano, nuovi spazi e rituali funerari, diversi sistemi di produzione e scambio) (5). In tutte e tre le città oggetto di studio si possono riconoscere chiaramente numerose tracce di questi elementi di mutamento e destrutturazione della città romana che portarono al contempo a una nuova spazialità che costituirà la base dello sviluppo della città medievale. L’analisi dei singoli centri permette comunque di cogliere sfumature e particolarità legate alle peculiarità locali e alle diverse vicende storiche, ma possono anche in questo caso essere in parte collegate con quella che è la geografia fisica. Inquadramento geografico e geomorfologico dell’area oggetto del presente studio

1.1 Inquadramento Geomorfologico
Il settore di pianura in cui vennero fondate le città di Cremona, Piacenza e Pavia è caratterizzato dalla presenza di forme di origine fluviale che sono state modellate in seguito a un'alternanza di azioni di deposito e di erosione dei corsi d'acqua a partire dal Pleistocene ad arrivare ai giorni nostri. La parte a nord del Po presenta un livello terrazzato ben distinguibile, originatosi in occasione dell’ultima massima espansione glaciale e abbandonato dai principali corsi d’acqua nel corso del Pleistocene, quando questi iniziarono una forte attività erosiva andando a scorrere in valli delimitate da ripide scarpate e per questo chiamate “valli a cassetta". Tale superficie, nota in letteratura come Livello Fondamentale della Pianura, non è più stata interessata da fenomeni di rilievo a partire dall’inizio dell’Olocene, ma è comunque modellata e articolata in una serie di forme quali dossi e paleoalveiIl settore a sud del Po si mostra invece molto diverso a causa della differente storia geologica cui è stato soggetto il territorio. La fascia appenninica infatti non fu interessata dalla presenza di ghiacciai e la litologia di questi terreni, ricchi di peliti, ha favorito la produzione di molto sedimento che ha contribuito alla creazione di potenti coltri alluvionali che hanno livellato il rilievo e rendono più problematica una distinzione cronologica dei terrazzi su base topografica come invece è possibile fare per le regioni a nord del Po. Mentre l’attività fluviale del comprensorio settentrionale è stata sostanzialmente limitata alle valli a cassetta senza più interessare le superfici del ripiano superiore e più antico, nella parte a sud i mutamenti dei corsi d’acqua sono stati più frequenti e sono avvenuti in epoche anche più recenti. Lo stesso fiume Po si trova a scorrere in una fascia di meandreggiamento incisa nel corso dell’Olocene nei ripiani limitrofi e la cui ampiezza varia da zona a zona. In certi punti il corso d’acqua ha avuto maggiore stabilità e di conseguenza una minore attività erosiva laterale, per cui le scarpate dei terrazzi rispettivamente settentrionale e meridionale si trovano maggiormente ravvicinati. Queste strette morfologiche sono punti ideali di attraversamento e sono strategicamente importanti. Cremona, Piacenza e Pavia si collocano, dunque, in questo contesto morfologico che condiziona la scelta del luogo ove furono fondate, ma anche in parte l’organizzazione della forma urbana.

1.2 Inquadramento Storico 
I Romani iniziarono la loro espansione verso la Pianura Padana a partire dall’ultimo quarto del III secolo a.C. Sconfitta una coalizione di Galli Boi, Insubri, Lingoni e Taurini nel 222 a.C., vennero fondate dopo pochi anni le colonie di diritto latino di Cremona e Placentia. Le due città resistettero alle turbolenze portate dalla seconda guerra punica e da un altro periodo di ostilità coi Galli che si concluse nel 190 a.C., anno in cui ricevettero un rinforzo di coloni e iniziarono un processo di crescita economica e demografica. La zona corrispondente all’attuale Emilia Romagna fu romanizzata con una serie di deduzioni coloniarie e di assegnazioni viritane, mentre la Gallia Transpandana fu assimilata con un processo più graduale che si concluderà tra l’89 e il 49 a.C. con la concessione prima del diritto latino e poi della cittadinanza romana. In questo processo di romanizzazione e integrazione delle comunità locali si inserisce la nascita di Ticinum. La regione conobbe durante la fine dell’epoca repubblicana e i primi anni dell’Impero un periodo di sviluppo e crescita economica, ma fu comunque direttamente interessata dalle principali vicende belliche e politiche del periodo. Cremona ad esempio fu colpita da una serie di interventi che influenzarono negativamente la vita cittadina: in un primo momento (41 a.C.) il suo territorio fu nuovamente centuriato per essere assegnato ai veterani di Ottaviano e successivamente, dopo la caduta di Nerone, fu saccheggiata dalle truppe di Vespasiano nel 69 d.C. Nonostante ciò la città si riprese e visse un nuovo periodo di relativa pace e tranquillità insieme a tutta la regione. Anche a Piacenza sono documentati interventi nei primi anni dell’Impero, quando venne dedotta una colonia augustea e quando sono attestate operazioni sul territorio, come una risistemazione della via Emilia. A partire dal II e III secolo d.C. iniziano i primi segnali di difficoltà. La pressione delle popolazioni germaniche con le prime incursioni, la crisi politica e le difficoltà fiscali che interessano l’Impero Romano nel suo complesso hanno delle ripercussioni anche nell’area Padana. E’ proprio in questo periodo che iniziano ad essere documentati in ambito urbano quegli elementi che abbiamo riconosciuto tipici del periodo tardoantico, come la costruzione di nuove opere difensive, la diffusione del cristianesimo con i primi edifici di culto e un impoverimento nell’edilizia pubblica e privata. Non ci sono molte fonti letterarie su Piacenza, Cremona e Pavia che testimonino i cambiamenti in corso in questa fase, ma possiamo immaginare, grazie al quadro offerto da alcuni scavi archeologici, che dovevano avere ancora una certa ricchezza grazie alla loro posizione lungo il fiume Po, lungo la via Emilia e la via Postumia e lungo il Ticino. Nel V secolo d.C., con la dominazione degli Ostrogoti, Pavia diviene, ad esempio, la seconda capitale del regno con una serie di interventi edilizi che segnano la topografia della città altomedievale. Mentre Piacenza fu conquistata probabilmente già sotto il regno di Alboino con la prima ondata di occupazione longobarda (569 -570 circa), Pavia resistette ad un assedio di 3 anni e Cremona era ancora abbastanza forte da opporsi ai nuovi invasori. Nonostante ciò nel 603 fu espugnata e distrutta da Agilulfo (6). Siamo ormai nel VII secolo e la fisionomia dei centri urbani è già mutata rispetto all’epoca romana con il processo di trasformazione e riorganizzazione degli spazi interni ampiamente avviato. La conoscenza di queste fasi è però resa problematica dalla scarsa quantità e qualità dei dati archeologici a disposizione. La maggior parte degli scavi si è svolta in un periodo in cui ancora si privilegiavano le evidenze strutturali e non vi era particolare attenzione alla metodologia per cui le labili tracce delle frequentazioni medievali, spesso legate a strutture in materiale deperibile, non venivano individuate o registrate. Gran parte della stratigrafia dei centri storici è stata inoltre danneggiata in parte dalla costruzione dei palazzi e delle cantine rinascimentali, in parte dalle realizzazioni di monumenti di epoca fascista. Tali interventi urbanistici hanno ridisegnato quasi completamente l’aspetto di questi centri abitati e i lavori legati alle nuove realizzazioni hanno interessato in grande profondità il sottosuolo. Nonostante la frammentarietà e la scarsa qualità di certe informazioni si riescono a ricavare, tra vecchi e nuovi scavi, abbastanza dati per ricostruire le linee evolutive generali di questa serie di mutamenti che hanno portato alla nascita della città medievale.

Note

1- Dipartimento di Archeologia – Università degli Studi di Bologna (pierluigi.dallaglio@unibo.it); (kevin.ferrari2@unibo.it); (gianluca.mete@virgilio.it) 

2 -Una discussione sulle problematiche del passaggio tra la città romana e quella medievale si può ad esempio trovare in Catarsi Dall’Aglio, Dall’Aglio 1991 -1992; Ward Perkins 1997; Brogiolo, Gelichi 1998; Brogiolo 2010. 
3 - Si pensi ad esempio alla mutazione di corso del Serio (Dall’Aglio et al.2010), a una serie di alluvioni che ricoprirono Modena, o ancora alla zona di Lugo e Faenza (Franceschelli, Marabini 2007) solo per fare alcuni esempi. 
4 - Sidon. Epist.1,5, 3 -5. Narra Sidonio Apollinare, sul finire del V secolo, di essersi imbarcato su una nave cursoria, quindi del servizio pubblico, raggiungendo, attraverso la navigazione fluviale del Ticino e del Po, Ravenna. 
5 -Brogiolo 2010. 
6 - Paul. Diac. Hist. Lang . IV, 28.



Giovanni Maria Platina: il maestro intarsiatore

Armadio del Platina
Giovanni Maria Platina (Piadena, 1455 circa – Mantova, 1500) è stato un intarsiatore italiano.Conosciuto anche come Giovanni Maria da Piadena svolse la maggior parte delle sue opere a Cremona e si formò nella bottega di Cristoforo Canozzi di Lendinara, divenendo maestro lignario.
"L'armadio intarsiato in legno di cipresso che Giovanni Maria da Piadena o, col nome più consueto, Platina, eseguì attorno al 1477 per la sacrestia del Duomo di Cremona è un oggetto d'arte unico al mondo, che non trova comparazione in altri mobili consimili.
Di proprietà del Perinsigne Capitolo della Cattedrale, è stato affidato per un lungo e sapiente restauro a Vincenzo Canuti, un giovane restauratore di legni prematuramente scomparso.
Alla fine di tale operazione, esso è tornato in deposito al Museo Civico Ala Ponzone, dove ora è possibile ammirarlo nella sua straordinaria qualità.
Questo manufatto combina la conoscenza dei materiali, la capacità tecnica del maestro lignario e le ragioni di utilità pratica dell'armadio stesso, con la sfida alla pittura, condotta con mezzi meno flessibili, ma che esaltano la maestria interpretativa del suo autore.
Si svela così, nascosta dietro le ante chiuse, ma mirabilmente aperte all'arte, di un armadio, la stagione più alta e solenne della tarsia italiana." (da http://www.silvanaeditoriale.it/)
Il Platina realizzò anche nel 1484 il coro ligneo per la Cattedrale di Cremona.
Agli inizi del Cinquecento provvide alla realizzazione dello Studiolo di Ludovico Gonzaga Vescovo a Gazzuolo.
A lui è dedicata un importante via del centro storico di Cremona.