domenica 12 giugno 2016

Antonello da Messina: Ecce Homo, capolavoro del Collegio Alberoni di Piacenza





Preziosissimo capolavoro tra i più intensi e drammatici di uno dei maggiori artisti della pittura occidentale.
 A questo assoluto gioiello artistico è interamente dedicata la terza sala dell’appartamento del cardinale nel Collegio Alberoni di Piacenza.
Seguiamo la visita guidata su Youtube

sabato 11 giugno 2016

Sala degli ARAZZI - Collegio ALBERONI Piacenza

Entrare nella Sala degli Arazzi del Collegio Alberoni di Piacenza significa immergersi in un sublime mondo di immagini affascinanti.
La moderna sala è tappezzata da questi antichi arazzi.
Pregevolissima, per numero e qualità dei pezzi, è questa collezione lasciata dal cardinale. Si tratta di diciotto superbi capolavori, suddivisi in tre serie diverse: gli otto pezzi della Serie di Enea e Didone, tessuti dall’arazziere Michel Wauters di Anversa intorno al 1670 su cartoni di Giovan Francesco Romanelli, il maggiore allievo di Pietro da Cortona; gli otto pezzi dellaSerie di Alessandro Magno, tessuti da un ignoto arazziere fiammingo attivo a Bruxelles nella seconda metà del Seicento (forse Jan Leyniers) su probabili cartoni di Jacob Jordaens, uno dei più importanti seguaci di Rubens; e infine i due arazzi più antichi e preziosi, quelli della cosiddetta Serie di Priamo.

GLI ARAZZI DELLA SERIE DI PRIAMO
Sono due pezzi in lana e seta dalle dimensioni eccezionali, quasi quattro metri d’altezza e cinque e mezzo di lunghezza, con due sontuose raffigurazioni: un Corteo regale sul primo e un Ricevimento con banchetto di nozze sul secondo. La narrazione procede da sinistra a destra e tutti i personaggi sono abbigliati con eleganti e fastosi costumi alla moda borgognona.
Nel primo arazzo sopra un alabarda portata da un vecchio con turbante vi è la scritta Preamvs, fatto che ha condotto al riconoscimento della vicenda narrata nei due manufatti: si tratta di episodi tratti dal Romanzo di Troia, probabilmente l’arrivo in nave di Paride ed Elena a Troia, dove essi sono accolti dai genitori dell’eroe Priamo ed Ecuba (primo arazzo), e il banchetto organizzato per festeggiarli, come induce a pensare la presenza di quattro personaggi di rango regale - due più vecchi e due più giovani – presso la tavola raffigurata in alto a destra sul secondo arazzo.
Nulla sappiamo circa la committenza di questi due prestigiosi pezzi, che deve essere comunque stata di alto livello: sono stati sicuramente tessuti a Bruxelles, intorno al 1520, da un arazziere che è stato variamente identificato dagli specialisti, ora in Pieter de Pannemaker ora in Pieter Van Aelst. Anche il nome del “cartonista”, cioè di colui che ha fornito i disegni, rimane di problematica individuazione, anche se il nome speso più di frequente dagli studiosi è stato quello di Jan van Roome,  attivissimo pittore e disegnatore per arazzi, vetrate e sculture a Mechelen e a Bruxelles nei primi anni del Cinquecento.



GLI ARAZZI DELLA SERIE DI ENEA E DIDONE
Significativa pure la serie di otto arazzi con le Storie di Didone ed Enea, i quali raffigurano, con un linguaggio barocco di grande effetto decorativo, gli episodi salienti dalla tragica vicenda della regina cartaginese innamorata di Enea, estrapolati ovviamente dal I libro dell’Eneide di Virgilio.
Leggendo l’inventario dei beni lasciati dall’arazziere Michiel Wauters, morto ad Anversa il 26 agosto 1679, risulta che egli aveva tessuto quattro volte la storia di Didone ed Enea in otto pezzi e che solo una delle riproduzioni giaceva nella sua bottega di Anversa, mentre le altre erano state depositate per la vendita a Vienna, Roma e Lisbona.
Quella di Roma era nelle mani del mercante Antonio Verpennen ed è perciò plausibile pensare che sia proprio questa quella acquistata diversi anni più tardi dal cardinale Alberoni per ornare il proprio palazzo romano.

GLI ARAZZI DELLA SERIE DI ALESSANDRO MAGNO
Forse tessuti dall’arazziere di Bruxelles Jan Leyniers (1630-1686) sulla base di cartoni forniti da Jacob Jordaens (1593-1678), sono invece gli otto arazzi dell’ultima serie alberoniana, con la narrazione delle 'Storie di Alessandro Magno', tratte quasi sicuramente dal De rebus gestis Alexandri Magni di Quinto Curzio Rufo.   da collegioalberoni.it
Allessandro nel cuore della battaglia




















domenica 5 giugno 2016

Storia di Cremona nel Medioevo

Palazzo Comunale
Nel 1098 la contessa di Canossa donò ai rappresentanti della Chiesa e del Comune di Cremona l'isola Fulcheria, territorio compreso tra i fiumi Adda e Serio nel cremasco: è in questa occasione che venne per la prima volta nominato il Comune ed è pertanto a questa data che si fa risalire la costituzione della città in libero Comune.
Nel corso del XII secolo Cremona raggiunse una notevole ricchezza e floridezza grazie allo sviluppo del commercio fluviale rafforzando al contempo le varie forme di governo comunale. Nello stesso periodo l'importanza politica ed economica della città portò ad un rinnovamento edilizio, culminato nella costruzione dello straordinario complesso monumentale della piazza del Comune: l'unità fra Chiesa e Comune venne sancita con l'erezione nel 1107 della nuova Cattedrale.

Essa divenne il primo centro della vita comunale, luogo non soltanto di preghiera, ma casa di tutti i cittadini: in essa o nell'antistante piazza venivano benedetti carroccio e stendardo, si prestavano giuramenti, si tenevano le prime riunioni degli uomini del Comune per assumere le decisioni riguardanti la vita pubblica, finché non venne costruito nel 1206 il Palazzo Comunale di fronte alla Cattedrale.
Tra il 1169 ed il 1187 lo sviluppo urbano fu completato dall'edificazione di una nuova imponente cerchia di mura, che portò il centro storico ad assumere quella configurazione che lo caratterizza ancora oggi.

Gli imperatori concessero a Cremona numerosi privilegi, testimonianza questa della politica filoimperiale tenuta dal Comune fino alla prima metà del Duecento: aderì alla politica di Federico Barbarossa contro Crema e Milano, ma pur entrando a far parte della Lega Lombarda nel 1167, assunse un ruolo di mediatrice fra l'Imperatore e i Comuni e nessun soldato cremonese combattè nella battaglia di Legnano del 1176.

Sempre caratterizzati da fedeltà e sostegno reciproco furono i rapporti tra Cremona e Federico II, nipote del Barbarossa: la città fu il quartier generale dell'esercito imperiale nelle lotte contro i Comuni lombardi e ospitò più volte l'Imperatore e la sua corte in occasione dei suoi frequenti soggiorni. Dopo la morte dell'Imperatore nel 1250 per la città iniziò un lungo periodo di lotte interne fra le opposte fazioni guelfa e ghibellina che durarono fino al 1334, anno in cui Cremona fu conquistata da Azzone Visconti, signore di Milano, ponendo così fine all'autonomia comunale.

Cremona divenne il porto fluviale di Milano, il commercio e la navigazione sul
Veduta dal Torrazzo
Po ne trassero beneficio con risultati positivi per l'economia che poteva contare anche su una fiorente agricoltura e una ricca industria tessile. A partire dal 1420, dopo un breve periodo di crisi del dominio visconteo all'inizio del XV secolo, la città entrò definitivamente a far parte del Ducato di Milano, seguendone le sorti fino all'unità d'Italia.

Nel 1441 vi furono celebrate le nozze tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, che recò in dote la città: la tradizione fa risalire a questo avvenimento la nascita del torrone, che sarebbe stato servito per la prima volta in forma di torre durante il banchetto.

Per Cremona fu un periodo di benessere e tranquillità, conseguenza del saggio governo di Bianca Maria, molto amata dal popolo: la duchessa ne favorì il rinnovamento urbanistico con numerose opere pubbliche, a cui si adeguarno ricche famiglie di mercanti che costruirono sontuose dimore patrizie.
Nella seconda metà del XV secolo Cremona assunse quella dignità elegante e raffinata in stile rinascimentale ancor oggi visibile sia nei palazzi che nelle chiese cittadine

 Da  cremonacitta.it   Il Medioevo a Cremona

venerdì 27 maggio 2016

La CATTEDRALE di Piacenza




Immagini della facciata della Cattedrale di Piacenza, sublime monumento di architettura romanica.
La Cattedrale di Piacenza fu costruita tra il 1122, data tramandata da una lapide murata nella facciata, ed il 1233, anno in cui la costruzione fu compiuta sotto la guida del maestro Rainaldo Santo di Sambuceto.
La facciata ha il profilo a capanna tipico delle chiese della Padania centro-occidentale. 
E' terminata in alto da una loggia su colonnine che ne segue il profilo degli spioventi.
Al centro della facciata si apre il rosone a 24 raggi mentre alla base è aperta da tre portali sormontati da tre protiri a due piani aggettanti.
E' sui portali che si concentrano le sculture più interessanti anche se solo quelle dei laterali sono originali mentre l'architrave del portale principale è opera di rifacimento dell'800.

La facciata

Portale di sinistra

Particolare portale centrale

Rosone centrale

Porta principale

Via XX Settembre, sullo sfondo il Duomo







venerdì 20 maggio 2016

Piacenza medievale

Piacenza, città sorella di Cremona per le stesse origine romane ci, regala in, una splendida giornata sole, immagini sublimi dei suoi monumenti.
Portici palazzo gotivo

Palazzo Gotico e piazza Cavalli

La via dietro al Gotico

Il gotico e la piazza

I portici di Palazzo Gotico

Uno dei cavalli

Portici del Gotico con il Bar
Via dei Calzolai

Portici del Gotico sullo sfondo S. Francesco


Primo Mazzolari: Come pecore in mezzo ai lupi

Primo Mazzolari, in immagine d'epoca, con donne e bambini
Del prete cremonese è, uscito qualche anno, fa un libro che raccoglie scritti inediti.
Sono testi composti tra il 1940 e il 1955.
Sono parole che, nonostante siano state scritte negli anni Quaranta, hanno ancora una attualità forte e dirompente.
Si tratta riflessioni dedicate ai giovani, per far loro riscoprire la passione per il bene comune, inoltre alla giustizia sociale sempre vista dalla parte degli ultimi.

Interessante la recensione di Emanuele Salvato su fattoquotidiano.it
“La disgrazia della lotta politica in Italia è legata alla dimenticanza dell’uomo, per cui abbiamo cittadini che sono quel che volete, vale a dire con denominazioni politiche svariatissime, ma con nessuna sostanza umana. Prima di essere ammessi a un partito ci vorrebbe la promozione a uomo”. Inutile scervellarsi. Queste parole, di un’attualità disarmante, non appartengono a nessun pensatore dei nostri giorni – peraltro merce rara -, ma sono uscite dalla penna di don Primo Mazzolari il 25 settembre del 1945. Fanno parte dei molti scritti politici che il parroco di Bozzolo – antifascista e anticomunista, sempre e comunque dalla parte degli ultimi – ha prodotto tra il 1940 e il 1955 e che stavano rischiando di finire nel dimenticatoio.
La casa editrice Chiarelettere ha pensato di raccoglierne – grazie anche alla collaborazione e alla consulenza della Fondazione don Mazzolari di Bozzolo, che quest’anno festeggia i 30 anni della nascita – una selezione significativa nel libro da poco uscito nella collana di Instant Book con il titolo Come pecore in mezzo ai lupi (150 pagine, 7 euro). A impressionare, come si diceva, è l’attualità del pensiero di don Mazzolari, parroco “resistente” (vicino alla causa partigiana) di piccoli paesi del mantovano come Cicognara e Bozzolo con una lungimiranza e una freschezza intellettuale da subito invisa al Vaticano, che in più occasioni ne censurò pubblicazioni e scritti. Salvo riabilitarlo pochi anni prima della morte, avvenuta il 12 aprile del 1959. Fu l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI) a tendere la mano a don Primo, rinchiuso nella sua Bozzolo come un personaggio scomodo. Era il 1957. Una volta divenuto Papa, Montini disse di don Mazzolari che “aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti”.
 Profeta o non profeta, quel che è certo è che don Primo ha saputo scavare nella politica, è stato in grado di coglierne l’essenza e per questo è riuscito a smascherarne i difetti. Era convinto che la politica dovesse andare oltre i partiti e concentrarsi sugli uomini eliminando interessi e privilegi. Era certo che la politica dovesse andare a braccetto con la democrazia. Ma si rendeva conto che i due universi erano sempre più distanti, contrastanti.



venerdì 25 marzo 2016

Il cremonese "Malosso" a Piacenza

Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, nato Cremona nel 1555 è stato un importante pittore del tardo Rinascimento
Si formò alla scuola manierista di Bernardino Campi, del quale sposò la nipote. Nel 1584 dipinse la Decollazione di San Giovanni Battista davanti a Salomè, presso Padenghe sul Garda (BS). A partire dal 1587 partecipò alla decorazione della chiesa di San Pietro al Po di Cremona. Dipinse una Crocefissione nel Duomo e una Concezione nella chiesa di San Francesco Grande.
Assieme ad Agostino Carracci eseguì alcuni dipinti nel tribunale di Parma.
Sembra sia stato il Carracci a dargli il soprannome di "il Malosso" (il cattivo osso). Dal 1604 entrò
definitivamente al servizio della corte farnesiana di Parma.
Eseguì gli affreschi di tre pareti della Sala delle leggende nel Palazzo del Giardino e collaborò alla decorazione del Teatro Farnese.
Suo è anche il Paradiso in Santa Maria della Steccata a Parma.
Ha anche lasciato diverse opere in alcune chiese della provincia parmense.
Per i suoi lavori a Parma il duca Ranuccio Farnese lo nominò Cavaliere.
Lavorò anche a Casalmaggiore, Mantova e Piacenza.
A Piacenza eseguì dipinti nelle chiese di San Francesco e Sant'Agostino. Una sua Deposizione dalla Croce è conservata nella Pinacoteca di Brera.
Morì a Parma nel 1619. (da Wikipedia)
Tra le opere conservate a Piacenza, merita una particolare attenzione la pala d’altare, conservata nella chiesa di San Francesco, raffigurante L’Immacolata Concezione, che gli storici dell’arte datano alla fine del XVI secolo. 
Il tema dell’Immacolata Concezione era fin dal XIII secolo molto caro all’ordine dei Francescani. 
La Vergine Maria è ritratta semidistesa su un globo, in un atteggiamento sereno e dolente che prelude al suo destino di madre del Salvatore. 
Ai lati gli angeli recano in mano gli strumenti della passione di Cristo. 
È doveroso focalizzare l’attenzione sull’immagine del globo, raffigurato secondo la concezione tolemaica, che presenta la terra al centro dell’universo circondata dai nove cieli, retti ciascuno da un’ intelligenza angelica, come si legge nel “De coelesti ierarchia” di Dionigi l’Aeropagita. 
Più in basso due putti recano in mano cartigli su cui è iscritto “NON ACCEDET AD TE MALUM” e “NON OFFENDES AD LAPIDEM”, che rafforzano ancora di più il tema della concezione verginale di Maria e la sua estraneità al peccato. 
Nella parte superiore del dipinto Dio Padre è effigiato in atteggiamento benedicente, attorniato da Santi e putti, in un turbinio di nubi. 
Sui peducci della cupola sono ritratti due profeti e due sibille che, nei volti e nella scelta dei toni, ricalcano lo stile del Soiaro e del Correggio. 
La cupola è affrescata con L’Incoronazione della Vergine raffigurata insieme ad altri profeti e
sibille immersi in un vortice di nuvole. 
Anche in questo caso è evidente lo studio e la conoscenza dell’ opera del Correggio, in particolare l’affresco della cupola del Duomo di Parma.
Sul lucernario un angelo reca in mano un cartiglio che riporta l’iscrizione “AVE REGINA CAELORUM”. 
Per questo particolare Malosso ha utilizzato un geniale gioco di prospettiva e di scorci tale che l’angelo sembra realmente discendere sulla terra. 
(Emanuela Coperchini da associazionepiacenzamusei.it)
Nel complesso siamo di fronte ad una cappella di stupenda bellezza che si inserisce nella grandiosa Basilica di San Francesco su Piazza Cavalli a Piacenza.
La cappella attira subito l'attenzione, appena entrati nella chiesa, sulla parte destra della navata principale.
Un'opera, nel suo complesso, di grande impatto visivo con i suoi meravigliosi dipinti.
La pala dell'altare del 1603, sopra descritta, è di Giovan Battista
"Santa Famiglia" di Bartolomeo Schedoni
Trotti (il Malosso), mentre "La Santa Famiglia" del 1612, sulla destra, è di Bartolomeo Schedoni, infine, sulla parte sinistra vediamo "L'Annunciazione a Maria" della scuola di Giovan Battista Trotti.
  
"Annunciazione" scuola del Malosso