sabato 17 gennaio 2015

La disfida di Rolando da Cremona

Aggiungo a questo Blog la serie dei personaggi storici cremonesi.
Voglio partire immergendomi nel Medioevo con Rolando da Cremona di cui riporto una sintetica e chiara biografia presa da http://www.imss.fi.it.
Rolando (1178ca. - 1259ca.) fu un teologo medioevale che studiò e conseguì la cattedra alla facoltà delle arti di Bologna, dove, probabilmente insegnò anche medicina. 
Nel 1219 vestì l'abito domenicano; nel 1228 fu a Parigi, baccelliere sentenziario di Giovanni di Sant'Egidio, per tenere l'insegnamento della teologia come maestro l'anno successivo. 
Fu così il primo frate ad ottenere tale incarico: lo ebbe per iniziativa del vescovo di Parigi, Guglielmo di Auvergne, nella circostanza di uno sciopero dei maestri secolari. 
Ebbe vivissimo interesse per il commento di Aristotele e della sua opera naturale, tanto che per continuare le sue letture si trasferirà all'Università di Tolosa (1230-1231), sfuggendo ai divieti papali. 
Nel 1233 rientrò in Italia. Fu in contatto con la corte di Federico II, guadagnandosi, fra l'altro, l'apprezzamento di Teodorico di Antiochia, l'arabo che era succeduto nell'incarico di astronomo e filosofo dell'imperatore dopo Michele Scoto (1238). 
Poco ci è rimasto dei suoi scritti: oltre ad una Summa theologiae, il suo commentario a Giobbe, che è in realtà un'opera di psicologia naturale e cosmologia con notevoli interessi magici. 
Fu tra i primissimi conoscitori del commento di Averroè alla Fisica di Aristotele.
Di questo personaggio ho trovato un interessante studio a firma di Fabrizio Loffi preso dal suo Blog "cremona misteriosa" intitolato La disfida di Rolando da Cremona.
E' un racconto tutto da conoscere:
"E' una fredda mattina di settembre del 1238. Cremona è ancora avvolta nella prima nebbia autunnale, quando Frate Rolando sale sul suo asino....   CONTINUA

Chiesa S. Agata

Un maestoso edificio di culto, che più volte mi è capitato di visitare, la chiesa di Sant’Agata è una delle costruzioni più significative della città di Cremona. Situata di fronte al Palazzo Cittanova, è un monumento che ha assunto notevole importanza nel periodo di lotta tra Ghibellini e Guelfi.
Infatti insieme al Cittanova e al Palazzo Trecchi, la chiesa di S. Agata rappresentò nel 1200 il nuovo nucleo dell’espansione medievale di Cremona che voleva appunto essere la 'Città Nova' guidata dai Guelfi con la fazione dei 'popolari'. Questi si opponevano ai 'notabili' Ghibellini, del centro città , che avevano come baluardo il Palazzo Comunale. Fu un periodo di intense divisioni interne e i due palazzi sono simbolo della forte contrapposizione cittadina.
Di questo momento storico rimane, nel complesso della chiesa di S. Agata, solo il campanile, risalente al XII secolo. La torre campanaria di S. Agata è la più antica di Cremona. La sua struttura, di impianto quadrato, è ravvivata dagli archetti pensili che danno dinamicità all'architettura.
L’antica chiesa romanica fu rifatta nel 1496 da Bernardino de Lera, mentre l’attuale facciata in stile neoclassico è opera dell’architetto cremonese Luigi Voghera. Realizzata nel 1835 è una facciata con pronao su colonne in marmo bianco. Un ingresso maestoso che, ricalcando gli antichi templi della classicità greca, mi ha dato una positiva impressione. Uno stile che, criticato in passato, oggi trova una nutrita schiera di ammiratori.
L’interno non ha mantenuto quasi nulla della primitiva decorazione del cinquecento. E’ stato infatti affrescato nel 1872 con le allegorie della virtù sulla volta della navata centrale. A ricordo degli antichi affreschi sono rimasti alcuni frammenti : una Madonna addolorata nella navata destra e un Cristo alla colonna nella navata sinistra.
Le pareti laterali del presbiterio contengono un ciclo di affreschi del 1537 di Giulio Campi, famoso pittore cremonese, che raffigura quattro episodi della vita di S. Agata.
Le scene, che fanno parte dell’opera giovanile del pittore, sono di grande effetto e mi hanno colpito per il buon gioco di prospettiva dal basso all’alto. Ho potuto comprendere la grande abilità di Giulio Campi che mette in opera anche traiettorie di spazio illusivo.
Da vedere con attenzione, nel primo vano della navata sinistra, è il Mausoleo Trecchi realizzato nel 1502 da Giovanni Cristoforo Romano, grande scultore e medaglista del Rinascimento italiano.
Si tratta delle tomba della nobile famiglia Trecchi di Cremona di cui è rimasto il Palazzo nelle vicinanze della chiesa. Un ‘opera di grande suggestione che richiama al gusto classico.
Nella stessa navata, dopo i due altari laterali, in prossimità del presbiterio, ci si deve fermare ad ammirare la Tavola di S. Agata.
Una stupenda tavola di autore anonimo che precede la maestria del grande Giotto. Una meravigliosa raffigurazione con al centro S. Pietro e S. Agata, attorniati da piccoli riquadri che raccontano la storia della Santa Martire catanese.
Un’opera di autore anonimo di grande valore sulla quale molti studiosi si sono soffermati.
Interessante il giudizio di Vittorio Sgarbi che, nel suo libro "Nel nome del Figlio. Natività, fughe, passioni nell’arte". così spiega questa tavola:
"In essa sono concentrate le medesime ragioni di assoluta modernità che attribuiamo a un maestro come Giotto. La Tavola di Sant’Agata rivela infatti come vi sia un genio degli anonimi che, pervicacemente nascosto sotto un nome di comodo, è dotato della stessa intelligenza di Giotto, della stessa modernità, della stessa capacità di parlare una lingua nuova".
Veramente un’opera che esprime un talento antico che ha bisogno di essere maggiormente conosciuta.


Pandino: Castello Visconteo

Pandino, in provincia di Cremona, al confine con i territori di Bergamo, Milano e Lodi, si trova a soli 20 km da Milano ed è facilmente raggiungibile dagli aeroporti di Linate e Orio al Serio.
La località ha acquisito un ruolo importante nella metà del XIV secolo, quando Bernabò Visconti, Signore di Milano e sua moglie Regina della Scala decisero di costruire qui un Castello per il soggiorno durante le partite di caccia.
Di quel periodo Pandino mantiene l’impianto urbanistico ben ordinato e ogni sabato, all’interno del centro storico, si svolge il mercato, uno tra i più antichi della Lombardia , istituito da Lodovico Sforza detto il Moro nel 1476.
Altre manifestazioni importanti di Pandino solo la Fiera di San Giuseppe ( terza domenica di Marzo) e la Sagra d’autunno (terza domenica di ottobre).

Il Castello Visconteo

Il Castello, costruito tra il 1354 ed il 1361, è il monumento che dà risalto al paese ed giunto ai nostri giorni praticamente intatto.
Nella mia visita ho potuto notare un monumento completamente affrescato e il castello meglio conservato tra gli edifici viscontei.
Visitato sempre da molti turisti, il castello è anche sede di eventi teatrali e musicali che, collocati nel cortile con il portico, risultano di grande suggestione.
Mella mia visita, guidata da una esperta locale, ho potuto ammirare le cornici marcapiano che sottolineano i piani delle torri.
Il primo ed il secondo piano presentano una bifora mentre il piano terra è aperto da monofore.
Bellissimi i portali di ingresso a ponte levatoio e caditoie sopra delle quali si notano le aperture circolari che testimoniano lo spazio per le armi ad fuoco.
Il cortile interno presenta su tutto il perimetro un portico su archi a sesto acuto che sorreggono una loggia architravata.
Sul lato orientale una serie di archi suggestivi formano un ampio salone.
Il portico interno è splendidamente decorato con disegni geometrici ancora ben conservati.
Tra un arco e l’altro si evidenziano gli stemmi dei Visconti e della Scala raffigurati alternativamente.
Ho potuto notare anche la raffigurazione dell’impresa di Barnabò il cui capo è coperto da elmo con cimiero. Un cartiglio con le iniziali D(ominus) B(arnabos) accompagna il dipinto
Sempre il caratteristico schema geometrico, con finti intarsi di marmo a cui si avvicendano gli stemmi araldici, caratterizza anche i muri della loggia.
Si tratta nel complesso di un magnifico cortile con ricche decorazioni.
Al primo piano abbiamo poi visitato una stanza con degli ornamenti e abbellimenti ad effetto tridimensionale.
Mi ha dato l’impressione di avere davanti delle bifore a volta, mentre invece sono solo delle pitture.
Inoltre anche i dipinti degli intarsi marmorei sembrano veri.
Nel complesso, guardandolo dall’esterno, l’imponente edificio risponde a quel tipo ideale di "palazzo fortificato” che i Visconti portarono a compiutezza di forme nella seconda metà del Trecento.
Ora il castello è Sede del Comune e di uffici comunali, della biblioteca e del convitto della locale Scuola Casearia Professionale.
Grazie all’attenzione dell’amministrazione comunale, che lo ha rilevato nel 1947, lo stato di manutenzione del castello è buono e si evidenzia il costante obiettivo di un suo utilizzo sempre più orientato a valorizzare gli aspetti di storia, di arte e di cultura.

Accessibilità e visite
L'esterno e il cortile sono visitabili tutti i giorni, mentre l'interno mediante appuntamento.
Rivolgendosi al Comune di Pandino ai numeri 0373/973313 - 0373/91877 - 0373/920410 si possono avere informazioni e si possono prenotare visite guidate.


venerdì 16 gennaio 2015

S.Pietro: ricordi di Sandro Talamazzini

Per chi, come me, è nato nel rione di Porta Po ed ha percorso, per anni interi, le strade, i vicoli e le piazze che fanno corona alla superba parrocchiale di S. Pietro o a quella più modesta, ma altrettanto importante sul piano storico e architettonico, di S. Lucia, non può fare a meno di associare, nel ricordo, cose e persone e non soltanto sul piano emozionale. 
Il tempo abbraccia, con un disegno che va oltre la nostra limitata conoscenza, l’intreccio umano e lo sì avverte ad ogni passo.
Tempo fa, il rione di Porta Po ospitava, ben distinte, diverse categorie sociali: in via del Sale, ad esempio, abitavano e lavoravano, soprattutto, carrettierì, lavandaie, operai della ceramica «Frazzi» e renaioli, quelli, tanto per intenderci, che andavano a cavare dal Po, solo con la forza delle loro braccia, sabbia e ghiaia per l’edilizia. 
Strada polverosa, con diverse osterie e alcune botteghe artigiane, tra cui il maniscalco e il ramaio: le prime, offrivano al duro lavoro quotidiano un posto di ristoro e, nello stesso tempo, d’incontro; le seconde, artigiani espertissimi, ultimi rappresentanti di un impegno che le macchine avrebbero cancellato col tempo, almeno in città. 
Strada, dove il camminare a piedi o l’andare in bicicletta diventava, spesso, motivo d’incontro o pretesto per una chiacchierata. 
Sul viale Po abitava, invece, gente della media e alta borghesia, composta, per la maggior parte, da impiegati e professionisti i cui figli, frequentando la stessa Scuola Elementare, «G. B. Plasio’, per i maschi e «Alessandro Capra» per le femmine, mescolavano, ma non troppo, abitudini e modi di pensare con quelli venuti, da altre strade in primo luogo, da via del Sale.
Anche la lingua parlata era diversa: il dialetto, di quest’ultimi, l’italiano, un po’ forbito, degli altri.
C’è da dire, comunque, che non essendo ancora nata la parrocchia di Cristo Re, con la relativa chiesa, la gente confluiva tutta nella Chiesa Madre di S. Pietro, anche perché vi era legata dai battesimi, dalle cresime, dalle prime comunioni e dai funerali. 
Via Giordano era abitata, in parte, da operai e in parte da impiegati; aveva più d’una forneria, negozi di alimentari e qualche fruttivendolo. 
Frutta e verdura venivano vendute anche sui carretti, dagli ambulantì, come pure il latte e il pesce fresco, magnificati con personalissimi richiami vocali.
Immagini sbiadite dal tempo ma che diventano nitide e vive quando vengono trasferite nella chiesa parrocchiale, tanto ricca d’altari e dipinti che forse ben pochi, almeno allora, conoscevano sul piano dell’arte. 
Nella parrocchiale, la fede diventava, specie nelle grandi solennità del Natale e della Pasqua, sinonimo di vita e qui, anche sul sagrato, nascevano amicizie e affetti che duravano, spesso, la vita intera,
C’era, poi, la catechesi della domenica pomeriggio ed allora i banchi si riempivano di fedeli. 
Per noi ragazzi, che arrivavamo dall’oratorio «Pei nostri fanciulli» dove, molto saggiamente, il gioco aveva avuto grande spazio, il luogo di raccolta era il coro dietro l’altar maggiore e da lì seguivamo la benedizione, un rito che, nella mia memoria, si mescola ancora col viso dei chierichetti, l’odor dell’incenso, le fiammelle dei ceri e il suono delle campane.
Allora, nella mia famiglia almeno, si dava molto tempo alla lettura; la gente gustava il piacere di fermarsi per la. strada a parlare, a passare le notizie, più o meno importanti, ma sempre con l’entusiasmo di chi vuoi far partecipi gli altri delle proprie vicende e di quello che sa. 
Causa il lavoro di mio padre, tipografo-compositore di notte presso il quotidiano locale, avevamo sempre qualcosa in più da dire ai vicini di casa, ma chi sapeva veramente dialogare era una donna, ancora vivente, di nome Maria che, in tal caso, assumeva un ruolo assai importante, quasì d’ intrattenimento,
Lo scambio più fitto di notizie si faceva comunque nella bottega del barbìere come succede, anche ai nostri giorni, in certe località del sud Italia, non ancora stravolte dal progresso.
Ma quella dove le notizie si urlavano erano le osterie e se non ebbi mai il desiderio di frequentarle, mi giungevano, tuttavia, dalle finestre e dalle porte, sempre spalancate nella buona stagione, discussioni interminabili, spesso disorganiche, con alti e bassi improvvisi, dovuti in parte agli argomenti trattati o, meglio ancora, al vino tracannato.
C’era poi un enorme divario tra le scritte di un tempo, fatte col gesso bianco della scuola sui muri delle case, al massimo «oca chi legge» o «scemo chi guarda» o «W Coppi, W Bartali» o «W me», e le attuali sconcezze a colori, impresse dalle bombolette spray.
È vero che il ricambio degli intonaci murali non era, allora, tanto frequente come ai giorni nostri ed il richiamo alla pittura era meno forte, ma era pur vero che c’era, nella maggior parte della gente, anche quella giovane, un senso di rispetto verso cose e persone, che ora non c’è più.
Porta Po, e più precisamente il piazzale, diventava, al tempo della fiera che culminava nella gran festa del 29 giugno, punto di riferimento per le giostre, le bancarelle, i tiri a segno, i baracconi con i richiami più strani, tra cui la donna-cannone, il circuito della morte, gli specchi deformanti e il castello incantato. 
In qualche osteria s’allestìva la baléera e i renaioli, per l’occasione, indossavano il vestito più bello, rimasto per mesi interi nell’armadio, sotto naftalina. 
Allora, anche la strada che portava alla parrocchia, l’attuale via Cesari, era colma di venditori di stoffe e di bijotteria varia e tanti entravano in chiesa solo per toccare i piedi alla statua del primo Apostolo anche lui, per l’occasione, con paramenti nuovi. 
Nella chiesa era un andare e venire continuo che cessava solo alla elevazione e s’attutiva durante l’omelia, ma il richiamo all’esterno era sempre molto forte, specie per gente che veniva in gran parte dalla campagna e voleva gustarsi, almeno per un giorno, quel lembo di città che, a due passi dalla cattedrale, sembrava facesse parte del loro mondo, quello dei campi, appunto.
Ed è ancora così: per chi sale sul Torrazzo e, giunto alla base della cuspide, volge lo sguardo verso sud-ovest, s’accorge subito quanto Porta Po e la sua bellissima chiesa parrocchiale siano prossimi alla campagna dove il corso sinuoso del grande fiume appare un inserto più che un confìne. S’accorge, soprattutto, d’essere nato e vissuto in una terra che è armonia di spazi e di colori e se poi c’è un po’ di cultura, la sente vicina anche nella storia, fatta dagli uomini, anche i più semplici e sconosciuti, che quì hanno trascorso la loro vita, faticando, ridendo e piangendo, nè più nè meno come fanno gli uomini in ogni parte del mondo, anche ai nostri giorni: forse più ricchi dei primi, certamente meno felici.

"Un grappolo di ricordi" del quartiere di S. Pietro, preso dal numero speciale di "Sulla Barca di Pietro" del 1992 a firma dell'indimenticato Sandro Talamazzini.
Sandro Talamazzini nacque a Cremona nel 1922, fu un uomo poliedrico: regista, fotografo, insegnante, documentarista e scrittore per bambini, giornalista, cultore delle tradizioni popolari. Amava definirsi "il ragazzo di via del Sale", una via di un quartiere polare di Cremona dove era cresciuto.
Paladino della cultura e della civiltà contadina, scrittore, regista, educatore, autore di servizi televisivi molto originali, con immagini suggestive e protagonisti affascinanti.


Casalmaggiore: borgo storico

Casalmaggiore un borgo storico che presenta delle interessanti attrazioni.
Situato in provincia di Cremona, ma vicino anche a Parma e Mantova, è una località immersa nella campagna della pianura padana e vicino al grande Po.

Un po’ di storia
Risalendo i suoi annali storici e ripercorrendo le tappe più significative di questa cittadina si scopre che intorno all’anno 1000 Casalmaggiore era un castello fortificato.
Nel 1137, quando la città era inserita nel contado di Cremona pur conservando un’invidiabile autonomia, l’imperatore Lotario sostò nel suo Castelvecchio. Successivamente giunse alla sovranità dei Gonzaga per poi passare, agli inizi del XV secolo, a quella veneziana.
Durante la dominazione della Repubblica di Venezia, Casalmaggiore ribadì la propria vocazione commerciale, alimentata da una posizione geografica strategicamente rilevante. Ma proprio l’ubicazione di questo territorio attirò gli interessi delle varie potenze del tempo. Infatti nel Cinquecento Casalmaggiore fu annessa più volte al Ducato di Milano prima di essere conquistata dai marchesi di Mantova nel 1509.
Seguirono poi diverse dominazioni: francese, gonzaghesca, sforzesca e spagnola.
Dal 1649 al 1717 fu governato dalla famiglia dei Salvaterra e nel 1754 Maria Teresa d’Austria concesse il titolo di città e nel 1769 papa Clemente XIV lanciò la promessa d’istituirvi un vescovado.
Dal 1787 al 1791 prese forma addirittura la provincia di Casalmaggiore che inglobò il cosiddetto comprensorio Oglio-Po. Passando attraverso la dominazione napoleonica e la restaurazione asburgica, si approdò all’unità d’Italia ed alla visita di Giuseppe Garibaldi che nel 1862 lancio proprio da qui il suo famoso grido "Roma o Morte".
Inserita nella storia nazionale italiana, Casalmaggiore seguì poi gli ultimi avvenimenti delle due guerre mondiali e il periodo di ripresa del dopo guerra, in cui questa cittadina ha saputo svilupparsi al meglio delle sue potenzialità.
Fedele compagno di viaggio di Casalmaggiore è il grande fiume Po che tranquillo segue l’avvicendarsi degli eventi: anche se però alcune volte ha mostrato la sua immane potenza come nelle alluvioni recenti quella del 1951, del 1994 e del 2000.

Il Listone
Il cuore della cittadina è la maestosa piazza Garibaldi con il suo caratteristico “listone” di marmo bianco al centro dello slargo. Ricordo nelle mie visite a questa località l’animazione di questa piazza che è il punto d’incontro della popolazione. Infatti i casalaschi dicono comunemente vado al listone, che significa vado in centro a fare due chiacchere.
Il listone, l’ampio pavimento lastricato di marmo, si dirige verso il Palazzo Municipale, costruito sullo stile di un castello.
Un edificio imponente e scenografico che è stato progettato, alla fine dell'ottocento, dall'architetto G.Misuraca per sostituirne uno settecentesco ormai pericolante.
Realizzato in pieno stile neogotico, caratteristico dell’epoca, vuole riesumare l’antichità medievale con arcate ogivali, bifore e merlature. Un palazzo castello che rimanda ai fasti dei comuni del 1200, in un interessante neogotico, una espressione d’arte che oggi viene maggiormente apprezzata
La piazza, che si presenta dinanzi agli occhi nella sua grandiosità e bellezza, è un luogo di manifestazioni importanti per Casalmaggiore tra cui la Fiera di San Carlo, in novembre durante la quale sono presenti diverse mostre, il luna park e, nello stesso tempo, si possono gustare i piatti tipici della zona come il cotechino e i tortelli di zucca. Altri eventi significativi del capoluogo casalasco, nei mesi estivi, sono la Fiera di Piazza Spagna e il Casalmaggiore International Festival.


Soncino: la Rocca Sforzesca

Soncino, antico borgo cremonese in cui si respira l’atmosfera della Lombardia medioevale, è una località che più volte mi è capitato di visitare.
Le sue radici storiche risalgono all’alto medioevo.
Posizionato al centro della Lombardia è ubicato vicino al fiume Oglio, in una zona ricca di fontanili e risorgive.
Il periodo storico medioevale dei comuni è il momento più florido per Soncino.
La cittadina si struttura con un importante realizzazione del sistema idrico- fognario e negli anni successivi, durante la sovranità dei Visconti, Soncino diventa un punto di difesa importante sulla linea di confine tra il Ducato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia.
Le vestigia del passato sono ancora vive in questo bellissimo borgo dove il tempo sembra che si sia fermato.
Il centro storico è caratterizzato dall’impianto urbanistico medievale con viuzze e case torri.
Il luogo di maggiore attrazione è la splendida Rocca Sforzesca del XV secolo.
Un castello ben tenuto e restaurato con quattro torri di cui una rotonda e, ancora ottimamente conservato, il fossato che lo circonda.
Un luogo suggestivo che ha affascinato anche registi per l’ambientazione di alcune pellicole.
Ricordiamo Ladyhawke di Richard Donner, con Michelle Pfeiffer, Matthew Broderick, Rutger Hauer e Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi.
Precedentemente erano stati girati anche due sceneggiati della RAI: Marco Visconti (1975 con Raf Vallone, Gabriele Lavia) e Camilla (1976 con Giulietta Masina).

La struttura architettonica
Di questa imponente costruzione sono rimasto colpito dal profondo fossato che la attornia.
L’accesso al castello avviene da due antiche porte entrambe protette da ponte levatoio.
Una di queste è rivolta verso il borgo, all'interno della cerchia muraria.
La seconda è rivolta verso Sud e consente di andare direttamente al di fuori delle mura, scavalcando per mezzo di un ponte, il fossato di protezione.
Questa è caratterizzata da un levatoio a bilanciere che è stato ripristinato.
Il cortile interno, il ridotto, mi ha dato l’impressione di un involucro sicuro e ben protetto da possenti mura con merli e caditoie.
Si passa poi al recinto principale con la quattro maestose torri circondate dalle massicce mura merlate.
Una struttura armonica, un capolavoro di architettura medievale.
L'accesso al recinto principale avviene attraverso una porta protetta da torre sul lato settentrionale della cerchia muraria.
Anche questa, solenne nel suo insieme, è custodita da due ponti levatoi, uno per carriaggi ed uno pedonale.
Interessanti sono pure i camminamenti tra un torre e l’altra dove si può osservare il panorama dintorno.
Sul camminamento del lato Sud della cortina ho notato i fori delle caditoie.
La torre nord ovest presenta, verso le cortine, un accesso originariamente protetto da un piccolo ponte levatoio.
Da questa torre è possibile accedere ai sotterranei adibiti a prigione ed a deposito di derrate alimentari: uno dei locali presenta una bellissima volta in mattoni.
Dai locali sotterranei si accedeva ad un locale su cui, originariamente, si apriva un passaggio protetto da ponte levatoio che costituiva una via di fuga verso la campagna.
Per ammirare meglio questa struttura bisogna spostarsi poi all’esterno e osservare le grandiose mura ed ammirare la bellissima torre di Sud ovest, l’unica a sezione circolare.
Questa si slancia in maniera dinamica verso l’alto con una doppia serie di caditoie.
Una costruzione agile e leggiadra che mi ha confermato la maestria degli ingegneri del tempo.
Questo castello incantato, rimasto intatto nella sua meraviglia, inserito in un borgo antico nel mezzo di una ridente campagna con corsi d’acqua pittoreschi, merita veramente una visita.


Chiesa di S. Rita

La piccola chiesa, ubicata in via Sigismondo Trecchi a Cremona, è una struttura che rappresenta uno degli esempi maggiori del manierismo cremonese.
Questa chiesetta, all’apparenza di poco conto, è invece un importante testimonianza d’arte.

Fu costruita alla metà del 1500 per volere del cremonese Marco Girolamo Vida, umanista, poeta e vescovo di Alba e dedicata alle Sante Margherita e Pelagia. La costruzione venne affidata a Giulio Campi che, insieme al fratello, fu autore della decorazione interna.
Quindi per chi è estimatore dei noti fratelli Campi questa chiesa è parte indispensabile di un itinerario d’arte sulla loro attività.
Dal 1589 al 1887, l’annesso convento fu sede del Seminario di Cremona.

La chiesa poi passò un lungo periodo di abbandono e di chiusura tra l’Ottocento e il Novecento.
L’edificio fu riaperto al culto nel 1929 e venne favorita la devozione verso Santa Rita da Cascia, la Santa degli “impossibili”, che raccoglie moltissimi fedeli, infatti nella sua festa, il 22 maggio, l’edificio sacro è meta di un incessante pellegrinaggio

Infine, nel 1989, la Chiesa è stata trasformata in rettoria,
quindi una chiesa indipendente, non appartenete ad altre parrocchie, con un proprio rettore.
Avendo abitato a Cremona per tanti anni, è una costruzione che ho visitato più volte e sulla quale mi sono soffermato per cogliere il suo splendore.

La facciata, sormontata da un frontone triangolare, è in stile dorico, che si mantiene anche all’interno.
Entrando in questo piccolo edificio ci si trova dinanzi ad unica navata coperta da una volta a botte.
La bellezza di Santa Rita è dovuta all’intensità del ciclo degli affreschi che decorano le pareti laterali e la volta.
Rappresentano storie dell’Antico Testamento ed episodi evangelici.
Sono pitture di grande suggestione, mi hanno particolarmente colpito i paesaggi in sottofondo che ne aumentano la potenza espressiva.
Le figure e le immagini del nuovo Testamento tendono ad esaltare la figura del Cristo.
Anche nelle piccole nicchie disposte lungo la navata sono interessanti e mi hanno particolarmente suggestionato le statue di apostoli in terracotta dipinta di nero, anche queste opera di Antonio Campi.
L’intero ciclo ha alcune parti un po’ usurate dal tempo e dall’umidità e avrebbe bisogno di un restauro conservativo.
Anche questa una chiesa di indubbio valore che merita attenzione in una visita alla città di Cremona.