domenica 1 febbraio 2015

Castelverde e la sua storia

Municipio
Castelverde negli immediati dintorni di Cremona è una località che ha un interessante bagaglio storico da approfondire.
I testi che narrano la storia di Castelverde si ricollegano principalmente all'opera, dal medesimo titolo, di Carlo Pedretti edita da CLC nel 1978.
Una essenziale sintesi storica, che riguarda le vicende di Castelverde, è anche quella che si trova sul Portale del Comune ( www.comune.castelverde.cr ) dove si ripercorrono in maniera chiara e sintetica i principali avvenimenti che hanno caratterizzato questo paese cremonese.

Nell’Alto Medioevo il paese rispondeva al nome di Castagnino Secco: la prima parte del nome deriva dal latino "castagnetum", per indicare l’idoneità della zona alla coltura del castagno; la seconda parte, invece, dal cognome di origine germanico - longobarda "Sich", da cui provengono anche nomi tipici di quell’epoca, come Sicardo, Sichifredo e Sicco. In seguito, il nome diventò Breda de’ Bugni: Breda è un toponimo diffusissimo in Lombardia ed indica "casa colonica con podere", mentre Bugni è la versione volgare di "stagni". 
La storia di Castelverde inizia nel 218 a.C., quando i Romani fondarono le colonie gemelle di Cremona e Piacenza. 
Il territorio, interamente paludoso, fu bonificato e coltivato a grano e vite (colture ritenute "dominanti" dai romani), nonché a castagno. 
Testimonianze di vita nella zona anteriore al 218 a.C. sono state verificate nel 1898, quando venne scoperto, nel territorio dell’attuale Costa S. Abramo, un insediamento risalente all’età del bronzo, costituito da capanne e palafitte costruite sulla terraferma e circondate da fossi e corsi d’acqua (i reperti archeologici sono custoditi nel Museo Civico di Cremona). 
Tornando ai fondatori Romani, fu loro l’opera di ripartizione delle terre in "centurie", quadrati di terreno formati da cento parcelle di due jugeri ciascuna. 
La vita del paese fu strettamente legata a quella della vicina città sino alle prime incursioni barbariche, poi questa simbiosi si spezzò. 
Cremona si chiuse nelle sue mura, abbandonando la sua provincia e le sue campagne, che furono smembrate ed in buona parte incluse nelle proprietà di Brescia e Bergamo. 
Dopo un lungo periodo oscuro, nel 1183 i monaci cistercensi cominciarono a prendersi cura del territorio, realizzando bonifiche ed arginature. 
Successivamente, furono i Cistercensi dell’abbazia di Cavatigozzi a guidare la comunità ecclesiale di Castagnino Secco dal 1463 al 1677. 
Di quei tempi sopravvivono ancora ai giorni nostri alcune interessanti testimonianze architettoniche: la villa-castello Soresina Vidoni di Terra Amata e il castello Trecchi di Breda de’ Bugni, esempi tipici di residenze feudatarie. 
L’organizzazione del territorio portò ad una differenziazione dei tipi di colture in rapporto all’estensione dei campi coltivati. A tale situazione si adeguarono il catasto di Carlo V, compilato tra il 1549 ed il 1551, e quello di Maria Teresa d’Austria, iniziato nel 1721 e protrattosi per diversi anni.
Chiesa Parrocchiale
Dalle riforme teresiane all’unità d’Italia, Castelverde portò il nome di Breda de’ Bugni. 
A metà del secolo scorso, il comune è descritto come un piccolo villaggio del distretto di Pizzighettone, con meno di 3.000 abitanti. 
Accanto alle coltivazioni tradizionali (frumento, miglio, fave, fagioli e fieno), si incrementa la pianta del gelso, talmente diffuso nella zona da essere probabilmente all’origine del nome di Castelverde, che risale al 1868, anche se era destinato a non essere ancora definitivo. 
Infatti, nel 1928, il capoluogo di questo comune, che sotto la dominazione di Castelverde racchiudeva le frazioni di Livrasco, Ossalengo, Marzalengo, S. Martino in Beliseto, Tredossi, Costa S. Abramo e Castelnuovo del Zappa, tornò all’antico nome di Castagnino Secco (riunendo in un solo paese Tredossi, S. Martino in Beliseto e l’attuale Castelverde) e come tale lo ricordano tuttora gli anziani. 
Fu nel 1954 che con delibera in data 13 Novembre n. 135 il consiglio comunale di Castelverde decise di abolire definitivamente la denominazione di Castagnino Secco per evitare il perpetuarsi della confusione tra il nome della frazione capoluogo ed il nome del comune nel suo complesso. All’epoca del fascismo, il comune contava 5.000 abitanti. 
Il definitivo passaggio a Castelverde, come nome sia del capoluogo che del comune, risale al 1959, quando venne presentata un’apposita domanda al governo centrale di Roma. 
Da allora, il nome di Castagnino Secco non è più comparso sulle carte geografiche.

giovedì 29 gennaio 2015

L'antica Basilica di S. Domenico

Tra il patrimonio artistico cremonese è importante ricordare e menzionare l'antica basilica di S.Domenico, demolita nel 1868 per far posto ai giardini pubblici della città.
Si trattava di un edificio religioso di prestigio di cui ho trovato un interessante documento che descrive i beni artistici contenuti in questo antico tempio.
E' un foglio stampato dalla tipografia Montaldi col titolo « La chiesa di S. Domenico e il " Corriere cremonese"».
Sul volantino, ripubblicato dal giornale locale Provinciacr.it, si spiegano le ragioni portate dagli esperti archeologici che avevano considerato la chiesa «un monumento d'architettura religiosa».
La commissione archeologica era formata da insigni studiosi di fama nazionale...
La basilica veniva visitata lungamente e pazientemente; la commissione esaminava tutte le opere (tele ed affreschi) e presentava al Ministero il suo rapporto nel quale si lodava la maestosità e la bellezza dell'edificio, si rimarcava la conservazione, si smentiva l'imminente pericolo di rovina e si dichiarava, infine, che la riparazione doveva limitarsi ad un solo pilone della crociera.
La consegna del materiale d'arte della chiesa appare da alcuni elenchi che si trovano tra le carte dell'Archivio comunale; essa veniva iniziata nel 1864 e completata nel 1865.
Il problema della demolizione dell'antico tempio domenicano era intanto oggetto di particolare attenzione presso gli alti funzionari del Ministero.
Nel 1864 i Ministeri interessati avevano, anzi messo già in atto un esperimento d'appalto per la demolizione. 
La pubblica gara veniva fissata per il 24 agosto con un prezzo base di 9 mila lire, ma a questa chiamata non si presentava nessuno. 
Andata deserta l'asta, una proposta veniva fatta negli ambienti della municipalità, ma il Comune non si decideva a trattare l'acquisto dell'area... Si provvedeva a svuotare la chiesa dalla mobilia (confessionali, banchi, quadri) che venne portata in palazzo vescovile e accatastata in uno stanzone. I quadri vennero, in seguito, consegnati al Comune mentre i mobili della Chiesa furono venduti ai diversi parroci delle chiese di provincia con una specie di asta.

Un'altro interessante studio, che riporto di seguito, è il lavoro di Fabrizio Loffi sul blog Cremona Misteriosa dove si racconta la vera storia della demolizione di S. Domenico.
Viene portata la testimonianza di Padre Marcellino da Agnadello, al secolo Vincenzo Moroni, il primo sacerdote cremonese ad aver esercitato, in modo pressoché esclusivo, l’attività di giornalista, in qualità di direttore del primo periodico religioso cremonese “La Buona Famiglia”, antesignano dell’attuale settimanale “La Vita Cattolica”.
Un suo lavoro degno di nota è proprio la cronaca esatta della demolizione di S. Domenico, ricostruita sulla base delle testimonianze dirette e dei verbali della commissione mista del genio civile e del genio militare.
Un documento eccezionale di cronaca giornalistica...

domenica 25 gennaio 2015

Daniele Piazzi: Omobono di Cremona

Daniele Piazzi, teologo e liturgista cremonese, ha scritto questo interessante testo sul santo medievale, patrono della città di Cremona.
Siamo di fronte ad un santo che emerge dal tessuto sociale e civile della città, un persona normalissima, quindi non appartenente a nessun ordine religioso.
Nella sua introduzione, Piazzi, chiarisce come:
"I santi divengono tali, perché lo sono secondo l’opinione degli altri.
Non è una affermazione dissacrante.
E' “l’opinione pubblica ecclesiale”, che fa di un credente un santo.
La santità nel medioevo
Nell’antichità cristiana era la Chiesa locale a riconoscere in un defunto la santità e a proporlo come modello e intercessore. 
Pian piano la Sede Apostolica ha riservato a sé questo diritto, ma non è mai scomparso il retroterra popolare, la fama di santità che spesso accompagna un uomo di Dio fin da vivo. 
I santi acclamati popolarmente raggiungono subito una grande venerazione però viene a mancare il substrato storico fatto di documenti.
Nasce allora la necessità di scrivere e si evidenziano una serie di domande che l'autore esprime in maniera chiara:
"Come si fa a divulgare la fama di santità senza una biografia? 
Come si fa a celebrare la festa annuale del santo senza ufficiature appropriate che ne cantino la vita, le virtù, i miracoli? 
Nasce l’esigenza popolare e liturgica insieme di celebrare il campione della fede, mostrando ai contemporanei e ai posteri la corrispondenza della sua vita con le regole di santità comunemente accettate."
L’agiografo medievale riordina il materiale (a volte l’inventa) secondo canoni diversi dai nostri. 
Gli fanno scuola le grandi vite sanctorum composte prima di lui e diventate dei classici. 
Giustamente Piazzi si interroga, a questo punto, se veramente sono affidabili questi racconto agiografici.
E ancora "quali strumenti abbiamo per tentare di raggiungere la personalità di un santo medievale? "
Infatti abbiamo solo le sue antiche biografie e la possibilità di interpretarle alla luce dei numerosi studi che ormai hanno fatto adeguata luce sul clima spirituale e culturale del medioevo. 
Dinanzi a questi esempi di santità popolare gli occhi dell’agiografo, meglio se contemporaneo o di poco posteriore, sono per noi la prima fotografia che la storia ci dà.
"Una fotografia - come specifica l'autore - certo scattata con l’angolatura e i filtri del suo tempo, della sua cultura, della sua teologia sulla santità, ma non meno preziosa, poiché la figura del santo ci viene consegnata dal medesimo ambiente che il santo ha respirato nella sua esistenza, da quel progetto di vita cristiana che ha condiviso con i suoi contemporanei."
La preziosa considerazione di Piazzi, dinanzi a questi documenti antichi, così si impone: 
"Le vite medievali sono strumenti da prendersi con cura, ma non sono così disprezzabili come una certa storiografia vuole farci credere, anzi, se lette bene ci trasmettono una quantità insolita di particolari, sono una miniera di informazioni."
Il lavoro del teologo cremonese su S.Omobono nasce dunque dal desiderio di far accostare più persone possibile alle antiche agiografie di sant’Omobono.
Si tratta di testi che l'autore ha studiato approfonditamente per poter realizzare la revisione del calendario e dei testi per la celebrazione dell’Eucarestia e della Liturgia delle Ore nelle ricorrenze proprie della Chiesa cremonese. 
Constatando la riduzione e a volte la sfasatura nella presentazione della figura del santo patrono cremonese operata dalle biografie dal ‘500 in poi, l'autore ha ritenuto opportuno ritornare alle fonti e non lasciare i manoscritti rintracciati nella ordinata polvere delle biblioteche. 
La finalità del presente scritto è quindi - secondo Piazzi - molto semplice: trascrivere, tradurre, commentare i più antichi manoscritti degli anonimi biografi di Omobono e, infine, tentare di collocare il santo nella più genuina spiritualità del suo tempo. 
Lo studioso francese André Vauchez è stato, con le sue opere, edite in questi ultimi anni e nelle quali ha sapientemente studiato i santi laici medievali cremonesi, un valido aiuto per la realizzazione di questo lavoro.
Ha permesso infatti all'autore di rintracciare i manoscritti e di capire meglio la personalità di Omobono. 
Un punto dolente di Piazzi si legge nell'introduzione dove dice che "mentre si nota che i nostri santi medievali guadagnano uno spazio di tutto rispetto nella storia della santità e della spiritualità, si sta affievolendo la devozione del popolo di Dio nei loro confronti."
Per questo motivo il testo realizzato ha proprio l'intento di risvegliare l’interesse dei cremonesi e degli studiosi verso il santo patrono, veneratissimo dai padri.
Omobono Tucenghi
Nel riassumere questo studio sulla figura del Patrono di Cremona, Daniele Piazzi evidenzia come la lettura incrociata dei testi agiografici sulla vicenda storica del santo insieme all'indagine sul clima ecclesiale spirituale e sociale nel quale è vissuto e ha maturato la sua esperienza religiosa, ci ha aiutato a superare l’ambito ristretto di lettura della sua santità nella tradizione cremonese.
Il lavoro fa comprendere come è importante passare dall’effetto alla causa, dalla attività caritativa e dall’amore ai poveri di Omobono alla radice di questa scelta di vita: la penitenza volontaria e la sequela di Cristo crocifisso e della sua umanità; in una parola si potrebbe dire , attualizzando, la conversione:
“All’origine della scelta dell’atteggiamento penitenziale si trova evidentemente il passo evangelico di Matteo, 4, 17: ‘Penitentiam agite, approprinquabit regnum celorum’.
Un santo penitente
L’appello alla conversione, alla rinuncia al peccato, è strettamente legato alla prospettiva dell’imminente avvento del Regno: 
‘Fate penitenza, il Regno di Dio è vicino’. 
Questo implicito nesso causale è stato colto con estrema nettezza nel Medioevo, quando fare penitenza non significava soltanto mortificarsi o domandare perdono per le proprie colpe. 
Significava anche assumere l’unico atteggiamento ammissibile nei confronti di Dio: riconoscersi peccatori in tutta umiltà e pentirsi per ripristinare un rapporto spezzato dal peccato. 
Allorché l’uomo si definisce come puro nulla dinanzi alla maestà divina, secondo la mentalità medievale, Dio è quasi obbligato a rivelarglisi. 
Ma tale risultato può essere conseguito solo al compimento di un esercizio di purificazione che passa per il triplice rifiuto del potere, del sesso e del denaro. 
Una simile concezione della purificazione per mezzo della penitenza, attraverso questa triplice rinuncia, fu molto apprezzata anche dai laici medievali perché andava nel senso di una tendenza fra le più caratteristiche della pietà popolare, che ama contrapporre il nero al bianco e si mostra volentieri manichea. 
Omobono è proprio figlio del XIII secolo dove l’ideale penitenziale sfocia in un ascetismo ansioso di conformarsi alla Vittima del Calvario. 
Subire pene corporali, per un laico di quel tempo, significava anzitutto riattualizzare e rivivere nel proprio corpo la Passione del Figlio di Dio.
Questo, in breve, lo spirito che ha animato la santità di Omobono Tucenghi del quale troviamo, nel libro di Piazzi, gli scritti autentici delle varie antiche biografie del Santo.
Ne complesso , a mio avviso, siamo di fronte ad un testo interessante per gli studiosi del medioevo, ma anche per tutti coloro che vogliono immergersi in questo periodo arcano e sempre affascinante.


giovedì 22 gennaio 2015

Pizzighettone: le Mura

Storia, architettura, arte, cultura, personaggi, curiosità: sono le parole-chiave delle visite guidate organizzate a Pizzighettone (Cremona, Lombardia), cittadina affacciata sul fiume Adda, tra Cremonese e Lodigiano, a pochi chilometri da Bergamo, Brescia, Milano, Parma, Pavia e Piacenza.
Al centro dell’iniziativa sono le antiche mura del centro storico pizzighettonese, sulla sponda Est dell’Adda: nate in pieno Medioevo (XIIsecolo) come caposaldo difensivo del Comune di Cremona, queste fortificazioni furono mantenute in attività ben oltre l’Unità d’Italia, fino al 1866.

Riprendo un interessante post di Davide Tansini giovane studioso, appassionato di storia medievale.
La visita guidata alle mura viene condotta dallo stesso Davide Tansini il pomeriggio di ogni sabato, domenica e festività.












Antonio Agnelli: Fare giubileo nella globalizzazione

Il libro di Antonio Agnelli, prete cremonese, è una interessante riflessione sulle tematiche di economia e politica viste da una prospettiva cristiano-missionaria.
Il testo, uscito nel 2000, in occasione del Giubileo rimane sempre molto attuale soprattutto nell'affrontare il potere speculativo della finanza.
L'autore nell'introduzione sottolinea come:
"Viviamo nell’epoca del mito della globalizzazione, presentata come inarrestabile mèta del vivere umano e della storia.
Ebbene, questo mito è nella realtà, per milioni di persone, una nuova forma di colonizzazione e di sfruttamento.
Offre alcune possibilità di miglioramento in territori limitati, particolarmente adatti all’accumulo di profitti, ma genera nella società la dimensione della conflittualità economica come unica via per raggiungere il benessere.
Essa perpetua, invece, condizioni di impoverimento e derelizione in due terzi del mondo, illudendo i miseri che entrando nel sacrario del mercato troveranno salvezza.
Intanto debbono pazientare, in attesa di un domani migliore che, però, si rimanda sempre e non sembra arrivare mai.
Fare giubileo vuoi dire, dunque, contestare il limite antropologico e spirituale della fiducia religiosa nel mercato.
Questo, esaltato fino alla divinizzazione, diviene anche l’unico legame sociale tra le persone."
Agnelli aggiunge che alla stregua di questo:
"I rapporti umani scadono a pura mercificazione.
La logica del dono viene sostituita con quella dello scambio (do ut des).
Il principio sotteso al liberismo mondializzato è, dunque, materialistico, negatore dei valori trascendenti."
Il mercato è mio pastore non manco di nulla 
Agnelli pone questo titolo al centro di una interessante riflessione in cui accenna all'epoca che stiamo vivendo come quella dell'esaltazione del mercato. 
"La caduta del comunismo ha provocato un’ondata di ebbrezza, che vede nella logica della domanda e dell’offerta — sganciate da qualsiasi riferimento — l’equilibrio perfetto delle società. 
La sparizione, inoltre, di forme alternative di gestione economica a quella capitalistica ha spinto ad una progressiva erosione dei confini delle attività produttive. 
Le imprese si trasferiscono oggi liberamente dove ritengono più opportuno; non sono più legate indissolubilmente allo Stato nazionale; benché spesso pretendano, in cambio del lavoro che possono offrire, la difesa dei loro interessi, sgravi finanziari, sostegno delle loro strategie, per districarsi meglio nell’arena della competitività mondiale."
L'autore però precisa, a questo punto che "non si tratta di essere contro un’economia di mercato: quest’ultimo è strumento importante per una migliore allocazione dei beni e per uno scambio di servizi tra le persone. 
Il problema emerge quando si analizza concretamente come si utilizza il mercato, ritenuto un’entità sacralizzata e non uno strumento umano, come di fatto è. 
Esso, infatti, è considerato dagli economisti preminenti come la mano invisibile che guida le sorti dell’umanità verso il miglior futuro possibile. 
Si tende ad evidenziarne le leggi come meccanismi “naturali” inscritti nell’ordine ontologico della realtà. 
Di fatto è, invece, il frutto dì decisioni pratiche determinate da gruppi di persone o da imprese."

Mercato valore supremo
Molto interessante è questa analisi di Agnelli che sottolinea come si vuole far diventare il mercato un'entità suprema, un insieme di norme metafisiche e immutabili.
Questo atteggiamento forse nasce dal tentativo di nascondere le aberrazioni di chi utilizza questo strumento umano per il proprio egoistico tornaconto. 
Se ne può scorgere - a detta dell'autore - anche l’immagine religioso- sacrale: "si richiede agli individui piena fiducia (fede) nelle virtù benefiche che esso possiede. In quanto nuovo spirito elargitore di grazia, consolatore degli afflitti, profeta di futura equità, il mercato infallibilmente porterà a tutti benefici e salvezza."

Competitività
Altro elemento significativo nelle riflessioni del testo è il concetto omnicomprensivo di competitività che fonda l'economia di mercato.
La competitività, entro limiti “umani”, può essere anche benefica; purtroppo, uscita dagli argini, sta divorando le società odierne. 
Sì sostiene da ogni parte che più è alta la tensione competitiva, più benefici porterà alle persone. 
Più si è competitivi, più si offriranno migliori prodotti al miglior prezzo ai consumatori. 
Però per l'autore non se ne vuol vedere la pericolosità intrinseca. 
Anch’essa da mezzo si è trasformata in fine e sta piegando la realtà economica e sociale alla mercé del più forte che, guarda caso, sono sempre le nazioni della cosiddetta Triade (Europa, Giappone e, soprattutto, USA). 
Infatti, per sopravvivere sì deve annichilire l’avversario: non c’è spazio per la cooperazione. 
Le imprese devono fondersi, allearsi con altre più forti e più strategiche per non essere travolte dal vento della competitività. 
Si afferma che l’essere competitivi è un bene per la stessa umanità, ma si dimentica che le dinamiche concorrenziali esasperate hanno la necessità di distruggere l’altro per poter sopravvivere. 
L’altro (sia esso ìmpresa, nazione, lavoratore) è sempre un nemico da abbattere, da espellere dal mercato o da soggiogare alla propria strategia. 
Ecco dunque l'interrogativo di Antonio Agnelli:
"Sono queste davvero le fondamenta per una nuova società del benessere, come il neoliberismo vuol farci credere, o non sono piuttosto elementi che disgregano la coesione sociale, il senso della solidarietà e della comunità? 
Il mercato concorrenziale, dunque, per i suoi cultori e adepti, è davvero il nuovo pastore che ci guiderà ai pascoli dell’abbondanza.
Anche se camminassimo per una valle oscura (crisi economica) non dobbiamo temere, il mercato è per noi, le sue norme ci danno sicurezza. 
Denaro e profitto ci saranno compagni in tutti i giorni della nostra vita e abiteremo nell’abbondanza per lunghissimo tempo."
Veramente interessante è questa rielaborazione un po'sarcastica del Salmo 29 che tende a smitizzare il ruolo del mercato come principio fondativo della realtà. 
Il mercato infatti dovrebbe essere piegato alle istanze etiche che promuovano realmente il bene comune e la solidarietà fra i popoli.
La finanziarizzazione dell’economia
L’esasperazione della corsa al profitto viene a manifestarsi oggi con maggior virulenza anche nella cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”.
Con un linguaggio ironico e provocante così si esprime l'autore:
"Nuovi templi sono oggi le varie Borse del mondo e il santo dei santi è Wall Street.
Nuovi vangeli sono gli indici di borsa e il nuovo incenso sono i miliardi di dollari che ogni giorno e ad ogni ora si spostano da un punto all’altro della terra attraverso un segnale telematico.
Dentro questa massa di liquidità sospesa nel nulla, in questa bolla speculativa, ci stanno anche i nostri risparmi che, accumulati da gestori e banche, entrano nel grande gioco della speculazione."
L’origine della globalizzazione finanziaria è stata resa possibile da diversi elementi.
Ricordiamo, anzitutto, la deregolamentazione, cioè l’abolizione di ogni controllo dei cambi della moneta, divenuta, a sua volta, da strumento di scambio a vera e propria merce per produrre altro denaro.
Così, pure, è stata lasciata via libera allo scambio dei capitali, che possono essere collocati in qualsiasi parte del mondo con un semplice clic del mouse.
Le attività finanziarie avvengono in gran parte per fini speculativi.
I vari strumenti utilizzati, futures, options, swaps, sono intricati contratti sul valore futuro di azioni ed obbligazioni, titoli di Stato, monete, e hanno come fine quello di ottenere accumulo di profitti, scaricando, però, i rischi dagli operatori finanziari all’intero sistema nel suo insieme, provocando crisi gravissime che possono avere influenza negativa su intere nazioni e popoli.
In questo gioco, ormai senza nessun controllo, entra anche l’economia criminale, che se ne avvantaggia e ricicla denaro sporco senza alcun timore.
L’ultraliberismo trionfante vien dunque a configurarsi come una dittatura dell’immediato e dell’istante.
La logica implacabile dei poteri finanziari dei paesi dominanti considera indispensabile un rendimento annuo che non sia inferiore al 4%.
Stati, governi, imprese sono congiuntamente sottomessi al criterio unico della redditività finanziaria immediata e istantanea.
Il mercato finanziario viene, così, a costituirsi come realtà senza finalità etiche, spazio di pura deregolamentazione e di distruzione della vita dei popoli e delle nazioni, mano invisibile, ma diabolica che avversa il progetto di un’umanità solidale.
Succubi della ricerca della redditività ad ogni costo sono anche le imprese che tendono a ridurre gli investimenti produttivi e a concentrarsi nel settore finanziario, da cui sperano di ricavare accumulo di profitti.
In questo modo esse si consegnano nelle mani degli speculatori che ne determinano l’attività.
Questa terribile analisi, oggi più che mai attuale, ci presenta il potere occulto della finanza che governa il mondo nella sua globalità.
Si tratta, nel complesso, di riflessioni di grande intensità che ci portano a veder chiaramente, a mio avviso, come la politica dovrebbe svincolarsi, con un grande colpo d'ali, da questi legami con la finanza.


mercoledì 21 gennaio 2015

Piacenza, città d'arte

Piacenza, città confinante con Cremona, sorge sulla riva destra del Po e per chi proviene dalla Lombardia o dal Piemonte, costituisce proprio la porta di ingresso dell’EmiliaRomagna.
La città è ricca di monumenti palazzi e chiese di grande valore artistico e architettonico, però non molto conosciute a livello turistico.
Infatti non rientra nelle mete italiane di grande attrazione.
La sua storia, come quella cremonese, inizia con i Romani che qui fondarono la colonia latina denominata “Placentia”, a ricordo di questo periodo significativo è il monumento alla Lupa con i piccoli Romolo e Remo, ubicato in una grande piazza da cui si accede alla città.
I resti archeologici, riguardanti questi anni, sono conservati a Veleia Romana, uno splendido sito posto a pochi chilometri dal centro cittadino.Lo stile romanico è visibile nel Duomo, un tempio che ha mantenuta intatta la sua struttura originale. Inoltre le altre chiese di epoca medievale sottolinenano questa epoca.
Lo stile gotico è proprio rintracciabile nel palazzo che porta questo nome, che è l’edificio che oggi ospita il Comune situato nella piazza centrale con la sua caratteristica struttura con archi a curva appuntita.Il rinascimento è riconoscibile nella splendida Basilica di Santa Maria in Campagna e nel maestoso Palazzo Farnese, il barocco e il manierismo sono esemplificati nelle sculture in bronzo dei magnifici cavalli, ubicati nella piazza omonima.
Insomma Piacenza racchiude nei suoi monumenti, la storia dell'arte italiana.Oggi si presenta con centomila abitanti ed è un po’ più lenta dal punto vista imprenditoriale e industriale rispetto alla vicina Parma, alla quale fu legata nel Ducato per un paio di secoli, che è invece una delle città italiane più sviluppate da ogni punto di vista.
Un città dove si vive bene, sicura, senza episodi di forte criminalità, una città dove la gente è riservata, ma nello stesso tempo, pacifica e serena, dove la convivenza è ordinata e ben assestata.
Anche i dintorni meritano attenzione.
Molti castelli e borghi medievali abbelliscono il paesaggio collinare.
Per citarne alcuni, nella val Trebbia, l’affascinante cittadina di Bobbio con la sua abbazia e i suoi monumenti.
A una decina di chilometri dal centro della città,Il borgo medievale, ricostruito, di Grazzano Visconti con le sue botteghe artigiane e le manifestazioni storiche.
Altre due località significative che mantengono inalterato il loro carattere medievale sono Castell’Arquato e Vigoleno. Poi una serie numerosa di castelli e manieri immersi nel verde collinare, tra i quali la Rocca di Olgisio, i castelli di Paderma, di Rivalta, di Gropparello.
Un territorio incantevole che merita di essere visitato.Anche l’itinerario enogastronomico è veramente stimolante e singolare con i suoi piatti tipici della cucina emiliana.
Nel complesso Piacenza e il suo territorio è una meta turistica, da scoprire maggiormente, piena di richiami di vario aspetto dall’arte al paesaggio.
Una realtà notevole che, a mio avviso, andrebbe maggiormente valorizzata.

lunedì 19 gennaio 2015

Teatro Amilcare Ponchielli

Il teatro Amilcare Ponchielli è una struttura in cui ho partecipato più volte ad eventi e concerti.
Si tratta, a mio avviso, di uno dei teatri più affascinanti d’Italia.
L’edificio ha un storia di costruzioni, ricostruzioni, modifiche, manutenzioni e restauri che parte dal 1747 e giunge ai giorni nostri.
L’attuale struttura parte dal 1808 quando venne completamente ricostruito, perché la precedente venne interamente distrutta da un incendio.
Il progetto venne affidato a Luigi Canonica, uno degli arhitetti più importanti del periodo.
Venne chiamato teatro della Concordia a cui si aggiunse , all'inizio del nostro secolo, il nome del maggior operista cremonese, Amilcare Ponchielli.
Da subito, inoltre, vennero apportate migliorie, tra cui l'allungamento del palcoscenico, che risulta così essere uno dei maggiori d'Italia.
Nel 1824 un nuovo incendio distrugge parzialmente la struttura, che viene prontamente ripristinata per opera di altri due architetti che hanno lasciato un ricordo
nella storia dell’arte: Faustino Rodi e Luigi Voghera.
E’ stato poi acquisito dal Comune di Cremona che, dal 1986 al 1989, ha ulteriormente provveduto a lavori radicali i restauro, ripristino e adeguamento tecnologico.
All’esterno la facciata evidenzia l’importanza di questo edificio che si affaccia sul corso Vittorio Emanuele.
L’elemento architettonico costituito dal pronao, che richiama antichi templi greci, è sorretto da quattro grandi e imponenti colonne.
Entrando in questo teatro ci si trova dinanzi ad uno splendida struttura.
Dalla platea le comode poltrone in rosso danno una visuale completa e interessante, si partecipa in modo coinvolgente agli spettacoli.
Anche i palchi, la galleria e il loggione danno una visuale di grande effetto.
Oggi il Teatro A. Ponchielli, dopo i recenti lavori, appare una sala a cui è stato
restituito l’originario fascino e un palcoscenico in piena efficienza,
dotato delle più moderne tecnologie in grado di ospitare qualsiasi tipo di manifestazione:
dall’opera lirica, alle rappresentazioni teatrali, ai concerti e ogni tipo di evento.
A mio avviso questo teatro, nella sua struttura, dona emozioni di grande suggestione e aiuta a partecipare ad ogni circostanza con grande compromissione.