lunedì 6 aprile 2015

Sabbioneta: Vespasiano Gonzaga e il suo sogno di pietra

Vespasiano Gonzaga Colonna è un personaggio di grande spessore con un  ruolo importante nella storia d’Europa. 
Condottiero, mecenate, diplomatico, legislatore, politico, Vespasiano fu uomo al confine tra realtà e leggenda: forse uccise la moglie e il figlio, ebbe amori sofferti (la relazione con Sofonisba Anguissola non fu mai chiarita), ispirò Tasso e Shakespeare, e formò una raccolta d’arte tra le maggiori d’Europa. 
Ossessionato dal sogno di creare una città ideale, una “Piccola Atene”, Vespasiano è il fondatore, nel mezzo della Val Padana, di Sabbioneta, singolare esempio di città ideale... Una vicenda degna di un romanzo, una vita da conoscere meglio insieme alla sua stupenda città.


sabato 4 aprile 2015

Arcimboldo e la sua famosa "Natura morta" al Museo di Cremona

Giuseppe Arcimboldo (Milano 1526 - 1593) è passato alla storia per le fantasiose "teste composte", ritratti burleschi combinati con elementi della stessa natura prodotti ortofrutticoli, pesci, libri, uccelli e altro.
A Cremona, nel Museo Ala Ponzone, è conservata la sua  "Natura morta" o "Ortolano", un quadro molto noto riportato sui testi di storia dell'arte.

Interessante la recensione su "Grand Tour. Oltre le visite guidate", pubblicata sulla pagina facebook:

La tendenza a flettere la realtà in caricatura doveva venirgli, forse, dall’essere milanese. 
In quei nasi a peperone, in quelle teste di rapa, in quelle lingue taglienti di fuoco vibra un’aria famigliare, tra Carlo Emilio Gadda e Dario Fo. 
L’inclinazione all’iperbole, connaturata ai suoni impuri del dialetto locale, si riverberò sulla pittura e accolse nuovi stimoli quando, sulla fine del Quattrocento, giunse a Milano Leonardo da Vinci, che dello studio della fisionomia aveva fatto una via privilegiata alla conoscenza dell’anima e dei suoi moti. 
Come frutto inaspettato e da subito maturo, nacque così, nell’immaginazione di Giuseppe Arcimboldi (noto come Arcimboldo), l’arte della “testa composta”, che ricostruiva un’immagine somigliante del viso e del corpo attraverso oggetti a essi estranei. 
Apparentemente semplice, perché intriso di allusioni scherzose, il genere richiedeva immensa perizia perché carote, polli, coralli e fiori fossero accostati gli uni agli altri in modo da costruire un insieme coerente e mantenere nello stesso tempo la propria riconoscibile identità. 
L’organismo messo a punto dal pittore faceva convergere, con l’artificiosa disinvoltura del Manierismo, le metafore della poesia, le virtù allegoriche e descrittive del ritratto e un’attenzione lenticolare, di scientifica esattezza, nella descrizione della natura. 
Messa al servizio della corte praghese di Rodolfo II, che dell’autunno del Rinascimento italiano colse i frutti più capricciosi e raffinati, l’arte estrosa di Arcimboldo dava un significato nuovo alle libere e pazze combinazioni degli elementi naturali che avevano dato vita alla grottesca. 
Distillando i succhi del Cinquecento italiano, la corte di Praga ne ambientava i temi in un orizzonte che si appassionava allo scherzo e alla maschera, ma che, nel fondo della sua disperata intellettualizzazione era, forse, consapevole di rappresentare la dorata eclissi dell’età precedente. Apoteosi del doppio senso (e quindi del “non-senso”) della pittura, sono le “teste reversibili”, come quella del Museo Ala Ponzone di Cremona. 
Nel Trattato dell’arte della pittura, del 1584, Giovan Paolo Lomazzo, parlando di Arcimboldo, ci dà una descrizione precisa di questo artificio: “ancora si possono fare medesimamente le figure perfette da vedere, che poi rivoltato quelle di sotto di sopra ci appaiono avanti agli occhi altre figure molto sconformi dalle prime già vedute e molte altre simili bizzarrie si possono fare”. 
Dipinti non maneggiabili e imbarazzanti (perché ignoriamo prima di tutto se dovessero essere esposti come ritratti o come nature morte), le “teste reversibili” cercavano dunque, attraverso il gioco e la metafora, un nuovo destino per l’uomo, ormai lontano, nella seconda metà del Cinquecento, dalle limpide certezze rinascimentali. 
Con il suo farsi “cosa”, L’Ortolano di Cremona fornisce all’aguzzo dilemma intellettuale dell’epoca una risposta sardonica e lungimirante, a un passo dal farsi “umani” dei frutti all’interno di una canestra di paglia, dipinti a Milano, per la collezione di Federigo Borromeo, dal giovane Caravaggio.

lunedì 30 marzo 2015

La leggenda di Zanen de la Bala, eroe di Cremona


In epoca medievale, Cremona era sottoposta al dominio del Sacro Romano Impero e pagava ogni anno all’imperatore una tassa consistente in una palla d’oro di cinque chili.
La vicenda è sintetizzata in Welfare Cremona Network nelle pagine di storia che così prosegue:
"Per liberare la città da questo tributo, i cremonesi delegarono come loro rappresentante un giovane gonfaloniere maggiore della città di nome Giovanni Baldesio, a combattere contro il figlio dell’imperatore Enrico IV per emancipare la città.. In caso di vittoria del giovane cremonese, la città sarebbe stata liberata dall’onere. Così avvenne e l’imperatore lasciò libera Cremona che, nel giro di qualche anno, divenne libero comune. I cremonesi, come riconoscimento, diedere in sposa a Giovanni la bella e giovane Berta de Zoli che gli portò in dote ricche proprietà terriere. La storia di Giovanni Baldesio detto popolarmente Zanen de la bala, è ancor oggi ricordata dall'emblema di Cremona conservato sotto il portico della Loggia dei Militi e dal simbolo che compare nello stemma comunale: un braccio con la palla e la scritta “fortitudo mea in brachio”.
L'emblema di Cremona conservato sotto la Loggia dei Militi dà l'occasione per riportare due leggende legate alle origini della città: una più antica che ritiene Ercole il mitico fondatore di Cremona (ai lati dell'emblema si osservano infatti due statue del mitico eroe), l'altra legata a Giovanni Baldesio, eroe cremonese dell'undicesimo secolo".

venerdì 27 marzo 2015

Le origini di Soncino nel cremonese

Interessante l'analisi storica del portale Welfare Cremona Network, dove si affrontano le origini ancora misteriose dell'antico borgo di Soncino
Partendo dalla preistoria, si arriva al periodo celtico e romano. Lo studio prosegue per tutto il medioevo fino a giungere al 1500 con l'arrivo degli spagnoli. 
Si tratta di una pagina ricca di notizie significative che aiutano a meglio comprendere la realtà di un territorio denso di storia.

Alcuni ritrovamenti archeologici sporadici (punte di freccia, raschiatoi in selce e un tesoretto in bronzo e rame) possono solo presumere un passaggio, un transito di popolazioni preistoriche attraverso il territorio soncinese, che in quest'epoca (dal periodo neolitico all'inizio dell'età del ferro) era bagnato dalle acque paludose del lago girondo (o gerundo). Il dosso su cui sorge l'odierno centro storico di Soncino doveva allora emergere dalle acque e, quindi, poteva essere un luogo molto ben protetto e sicuro.
L'arrivo dei celti (V-III secolo a.C.) coincide, probabilmente, con la nascita di una zona di confine. Inizialmente tra i celti e gli etruschi, che erano per lo più stanziati sulla sponda bresciana e mantovana del fiume Oglio. In seguito l'Oglio fu confine per due popolazioni celtiche gli Insubri ed i Cenomani.
Risalgono all'epoca romana (II secolo a.C.-IV secolo d.C.) numerosi ritrovamenti di materiale laterizio oltre che due ville ed alcune fornaci sempre nella zona settentrionale del comune di Soncino presso la frazione di Gallignano, che sembra essere la prima veramente abitata. Questo perché si trova ad un'altitudine superiore e, quindi, non interessata dalle acque del Lago Girondo. Anche in questo periodo il territorio soncinese si trova lungo una zona di confine, infatti è ancora incerto se appartenesse alla regione augustea X (Venetia) o XI (transpadana). L'invasione delle popolazioni germaniche che provocò la caduta dell'Impero Romano, coincide con il periodo tradizionale della fondazione di Soncino. Secondo i principali storici soncinesi furono i Goti, una popolazione di origine germanica, a stabilie un primo insediamento sul dosso attuale. Lo stesso toponimo Soncino pare sia di ascendenza germanica e significherebbe "re delle acque". Non si sono, però, trovati resti materiali, né si possiedono fonti documentarie che attestino questa tradizione.
All'epoca delle invasioni ungare (IX-X secolo) nel Nord Italia si assiste alla nascita di numerose fortificazioni, fenomeno che probabilmente ha interessato anche Soncino,determinando una progressiva frammentazione del territorio. Il 1118 è una data fondamentale, infatti Soncino viene istituito a "borgo franco" segnando il passaggio dalla zona d'influenza bergamasca a quella cremonese. Questa istituzione comporta una notevole espansione demografica ed economica. Il controllo dell'attraversamento del fiume Oglio permette di incamerare notevoli ricchezze. Incominciarono, però, i violenti contrasti con i bresciani che nel 1118 fondarono il borgo franco di Orzinuovi per limitare il potere cremonese nella zona.
Nel XIII secolo, sotto la guida di Buoso da Dovara, avviene la prima importante militarizzazione di Soncino. Viene risistemata la vecchia rocca e si costruisce interamente in muratura la cinta muraria. È uno dei periodi più floridi di Soncino, così come in gran parte dei comuni del Nord Italia. L'aumento della ricchezza consente anche migliorie dal punto di vista dei pubblici servizi come la grandiosa costruzione del sistema idrico-fognario che permette anche il funzionamento dei numerosi mulini.
Con il privilegio del 1311 Soncino viene sottoposto direttamente all'Impero (diventa terra separata) senza il controllo di nessuna altra città, come lo era stato prima con Cremona. È il periodo, quindi, di maggiore indipendenza. I privilegi concessi erano di natura prettamente economica che intendevano favorire l'espansione commerciale di questo territorio. Nel 1313 lo stesso Enrico VII, con diploma imperiale, investe in feudo Soncino a Giovanni I conte del Forese. Un'infeudazione più sulla carta che reale e, certamente, non impedì l'assoluta indipendenza e libertà della comunità soncinese.
Nel periodo visconteo (1385-1454) Soncino diventa la più importante roccaforte di difesa lungo la linea di confine del fiume Oglio tra Milano Milà e Venezia Venesia. Per ben tre volte nel XV secolo la Repubblica di Venezia riuscì ad impadronirsi di Soncino, dando sempre prova di buon governo. Si sviluppa grandemente l'attività imprenditoriale sia con la famiglia degli ebrei che con alcune famiglie locali, soprattutto Amadoni e Azzanelli continuando anche nel secolo XVI. Ciò permette una diffusione maggiore dei famosi pannilana soncinesi, ormai richiesti su tutti i mercati europei.
La seconda grande militarizzazione del borgo soncinese avviene nell'epoca sforzesca (1454-1536) con il rifacimento completo della cerchia muraria e con la costruzione della nuova rocca. Gli Sforza ebbero grande considerazione di Soncino per la sua posizione strategicamente importante all'interno dello scacchiere militare dell'Italia settentrionale, per questo lo dotarono di imponenti strutture difensive.
Con l'arrivo degli spagnoli (1536) inizia il periodo di decadenza del comune soncinese. L'infeudazione ad opera di Carlo V in favore dei marchesi Stampa limita i numerosi privilegi avuti nei secoli passati da Soncino. Lo stanziamento di numerose truppe militari spagnole contribuisce, inoltre, all'impoverimento del territorio ed alla progressiva e costante perdita di vitalità economica. Tra il XVIII e la prima metà del XIX secolo avviene la completa smilitarizzazione ad opera prima degli austriaci mediante l'abbattimento delle quattro porte medioevali e poi di Napoleone. Questi ultimi avvenimenti determinarono la fine della storia indipendente del borgo soncinese. 
http://www.welfarenetwork.it/cremona-la-storia-del-comune-di-soncino-20140823/


Alla scoperta di Cremona

Ho trovato interessante la rubrica turistica-culturale "Pronti Partenza ...Via" che presenta, su Youtube, la storia della città con il suo aggancio fondamentale alla musica.
Cremona è la città della musica: ha dato i natali a Claudio Monteverdi ed Amilcare Ponchielli ed è stato il centro che a metà del cinquecento ha visto nascere il violino.
La città è stata insignita nel 2012 del titolo di "città liutaia" inserita nella lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale dell'umanità. Cremona ospita ancora oggi un centinaio di botteghe di liuteria dove gli artigiani lavorano con pazienza alla costruzione degli strumenti ad arco, portando avanti la tradizione iniziata dalle storiche famiglie Amati, Guarneri e dal celebre cremonese Antonio Stradivari.
Il nuovo museo del violino raccoglie numerosi violini originali seicenteschi e settecenteschi oltre ad un percorso attraverso la storia della liuteria fino ai giorni nostri.
Accanto al violino, un altro simbolo della città è il Torrazzo, la torre campanaria in mattoni più alta d'Europa che sorge accanto alla Cattedrale, nel cuore della città.


mercoledì 25 marzo 2015

Il santo martire Antonino di Piacenza

La città gemella, per le origini romane, di Cremona è Piacenza della quale il santo protettore è un giovane Legionario romano di nome Antonino.
La stupenda Basilica dedicata al Santo ricorda la sua vita ed è un patrimonio artistico e architettonico da scoprire.

CONTINUA


















sabato 21 marzo 2015

Cabrino Fondulo con il Papa e l'Imperatore sul Torrazzo di Cremona


CABRINO FONDULO (1370 - 1425) è stato un interessante personaggio storico del Cremonese.
Conte di Soncino e marchese di Castelleone.
Signore di Cremona, Soresina, Robecco d’Oglio, Piadena, San Giovanni in Croce, Castelnuovo Bocca d’Adda, Maccastorna, Fidenza, Pizzighettone, Casalmaggiore, Castelleone e Gabbioneta.
Brevemente la sua biografia si può leggere su Treccani.it che sinteticamente ne tratteggia la sua figura:
"Capitano di ventura al servizio di Ugolino Cavalcabò, Signore di Cremona, contro i Ghibellini; approfittando della discordia tra questo e il nipote Carlo Cavalcabò, si impadronì della città (1406).
Ottenne, dai Visconti, il titolo di conte di Soncino (1408), nonché la nomina a vicario imperiale in Cremona e la conferma del titolo di conte di Soncino, col marchesato di Castelleone (1413), dall'imperatore Sigismondo, che accolse magnificamente nella sua città insieme all'antipapa Giovanni XXIII.
Sotto la minaccia di Pandolfo Malatesta, si piegò ai Visconti accettando da essi l'investitura di conte di Cremona (1415).
Accordatosi poi col Malatesta, tentò di ribellarsi al dominio visconteo, ma dopo un assedio del Carmagnola fu costretto a cedere la città, conservando solo Castelleone (1420).
Accusato di tradimento, fu fatto decapitare da Filippo Maria Visconti."
Dunque una vita intensa e drammatica piena di colpi di scena.
Ho ritrovato su Provincia.it una ristampa di un numero del 1961 dove si parla dell'incontro di Cabrino con il Papa e l'Imperatore a Cremona.
Il pensiero, in quel momento, che frulla nella testa a Cabrino è quello di buttare entrambi, Papa e Imperatore, giù dal Torrazzo, un evento che avrebbe potuto cambiare il corso della storia....
...Nel dicembre convenivano a Lodi (per ragioni politiche e religiose da risolversi successivamente al Concilio ecumenico di Costanza) invitati da Giovanni Vignati che chiedeva protezione contro il Duca di Milano, il Papa Giovanni XXIII e l'Imperatore Sigismondo di Lussemburgo. 
Erano giunti con un gran seguito di cardinali e di principi e qui rimasero circa un mese raggiungendo poi Cremona dove erano attesi da Cabrino. 
La precisa dato in cui il Papa e l'Imperatore siano arrivati né quando poi ripartirono, è incerta. 
Lo storico Agnelli accertò la partenza da Lodi il 3 gennaio 1414, il Campi il 13 e sembra che questa data sia l'esatta, sebbene un altro storico accenni ad una sosta fatta dal Pontefice di un giorno ed una notte nella Rocca di Castelnuovo Bocca d'Adda. 
Il congresso, iniziato a Lodi, terminò a Cremona portando a termine progetti e trattative. 
Per otto giorni Giovanni XXIII e Sigismondo di Lussemburgo si trattennero. 
L' Imperatore aveva osservato con curiosità il gran numero di torri che si ergevano al sommo delle chiese ed anche da non pochi palazzi cittadini, ma maggiormente l'aveva colpito l'imponente mole del Torrazzo ergentesi sulla piazza maggiore e di fianco al Duomo. 
Cabrino, venuto a conoscenza di ciò, nel numero dei banchetti offerti ai due coronati che in quel tempo erano definiti i Capi dell' Europa Cristiana, incluse quello che doveva avvenire sul ciglione dell'ammirato Torrazzo e ciò fu accettato degli augusti ospiti.
Nella salita che non è facile ma neppur tanto faticosa, Cabrino ha poche parole coi convitati. 
Sulla sua fronte si disegnano rughe perché un pensiero lo tormenta: 
« Buttarli giù... è tanto facile. Un'occasione come questa non mi capiterà più... Due urli due tonfi... due corpi sfracellati sul lastrico . Scendere giù nella piazza... chiamare i miei a raccolta .. correre a Milano... il Ducato nelle mie mani... Tutta I' Italia mia L'attenzione di tutta I' Europa su di me... ».